Lo studente deve scoprire che studiare è bello e lo interessa. Circondati da una cultura utilitaristica, in cui conta solo l’interesse economico, materialistica, relativista (non esiste l’amore vero, non c’è una verità, non esiste la bellezza, …), edonistica (conta solo vivere e ricercare l’emozione forte come insegna il film Notte prima degli esami), il ragazzo deve poter porre la domanda: «A che serve studiare? Perché dovrei fare fatica?». Sono domande lecite e ci deve essere un luogo (in famiglia, a scuola, …) dove siano prese sul serio e possano trovare una risposta. Aveva ragione Leopardi quando osservava nello Zibaldone che la tendenza a procrastinare la felicità al futuro sino a giungere al desiderio di conseguire la felicità dai posteri si accentua sempre più man mano che l’uomo cresce e si fa adulto ed è pressoché assente nel bambino. Questi non pensa che al presente e riesce a concepire il futuro solo come l’attimo immediatamente successivo al presente. Quanto più uno è giovane tanto più si muove per il presente! L’adulto, spesso, non si pasce che della speranza e rinuncia al conseguimento della felicità al presente. Ma è possibile che il presente per lo studente non possa essere altro che il voto? Non c’è altro che possa accenderlo?

Per questo ogni anno io apro la prima ora di lezione nelle classi con un augurio per me e per i miei studenti. L’anno scorso ho augurato che il nostro cammino potesse essere una vera esperienza. E un’esperienza non si misura solo dall’esito, dalle delusioni, dai risultati, ma soprattutto dal fatto che quanto si vive divenga occasione per essere più uomini e più umani, per capire un po’ meglio la propria persona e che cosa abbia a che fare quanto viviamo con il nostro desiderio di felicità. Ho cercato di spiegare che la scuola non è un luogo di semplice trasmissione di informazioni e di cultura, ma una realtà in cui l’io si deve sentire fiorire nel desiderio di scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Perché ciò avvenga è indispensabile che si rimetta al centro la persona, che si viva l’avventura dell’insegnamento come scoperta. Scoperta di sé e scoperta dell’altro, scoperta di un cuore che accomuna il ragazzo di dieci o diciotto anni all’insegnante che si avvicina per la prima volta alla cattedra o, viceversa, che sta per andare in pensione. Scoperta che studiare può essere ancora bello e interessante!

Nella prima ora è già contenuto tutto, perché è lì che si nasconde la domanda con cui noi ricominciamo l’avventura scolastica. L’anno scorso un ragazzo mi ha confidato che era la prima volta che un insegnante gli augurava un buon anno scolastico. In quell’augurio c’era già tutto, perché l’alunno si era promesso di non deludermi.

Quali sono i nuovi strumenti da adottare per parlare al cuore dei ragazzi e appassionarli a ciò che stanno studiando?

Non credo che si tratti di scoprire nuovi strumenti per affascinare i ragazzi e per colpire il loro cuore. I giovani di oggi sono uguali a noi venti trent’anni fa. Il dialogo aperto con i ragazzi durante le ore di lezione e nel tempo libero quando chiedono di parlare con me delle amicizie, delle vicende sentimentali, dei problemi familiari, etc. mi testimonia che il cuore dei ragazzi non è cambiato, ma è fatto per scoprire la verità, per trovare un amore vero che gli corrisponda, è affascinato dalla bellezza, vuole scoprire quale sia il proprio compito nella realtà e nella società, … Chiediamoci: la scuola di oggi si propone come un luogo dove queste esigenze dei ragazzi siano prese sul serio o, al contrario, ostenta relativismo, multiculturalismo, … che non possono rispondere alle profonde domande dei giovani.

           

La scuola di oggi si presenta come un luogo dove le esigenze degli studenti sono prese sul serio?

Se dovessi, in sintesi, esplicitare un metodo, direi questo. In primo luogo, nel rapporto educativo ci deve essere l’insegnante. Sant’Ignazio di Antiochia scriveva: «Si educamoltocon quel che si dice, ancor piùconquel chesi fa, ma molto di piùconquel chesiè». L’insegnante deve innanzitutto educare se stesso, nella vita. Sarà un maestro se saprà indicare ai ragazzi un cammino verso la verità, verso la bellezza, verso il bene e, nel contempo, se si farà compagno di viaggio con loro negli anni di scuola. Nel canto III dell’Inferno Virgilio prende per mano Dante e lo immette attraverso la porta dentro «a le secrete cose» con lieto volto. Nel contempo, il maestro dovrà suscitare nel ragazzo il desiderio del mare aperto, della scoperta della realtà. Scrive Antoine de Saint Exupery ne La cittadella: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». L’insegnante è innamorato (o almeno così dovrebbe essere) della disciplina che insegna. Se trasmetterà agli studenti l’amore che prova e mostrerà loro la bellezza che ha incontrato nello studio, senz’altro avrà un’alta probabilità di muovere il cuore dei ragazzi. Forse, all’inizio gli studenti non capiranno tutto, ma nascerà in loro la domanda: come mai l’insegnante è così appassionato di quanto spiega? Un ultimo fattore che vorrei sottolineare è l’importanza dell’affettività nella vita del ragazzo come del resto di un adulto. Il rapporto tra insegnante e ragazzi non può essere asettico. Il legame affettivo che si creerà è strumento fondamentale perché il maestro possa comunicare in maniera efficace ai ragazzi.

Quindi non è tanto un questione di metodo di insegnamento.

L’errore che si commette oggi è quello di pensare che ogni due lustri debba mutare il metodo di insegnamento ovvero la strada che l’insegnante utilizza perché l’alunno possa essere catturato dalla disciplina e possa apprendere. Siamo davvero convinti che la pedagogia muti con il mutare delle circostanze storiche con tempi così rapidi? Vanno coniugate professionalità e umanità. Entrambi i fattori si devono compendiare, l’uno non ha efficacia piena senza l’altro. L’insegnante dovrà essere in grado di mantenere la disciplina, che non è il fine dell’educazione, ma requisito fondamentale e imprescindibile, punto di partenza perché possa instaurarsi un rapporto educativo. La disciplina non è una formalità, ma è una forma sostanziale, è il riconoscimento che vi è di fronte ai ragazzi una presenza autorevole che può comunicare qualcosa di importante. Il silenzio è, quindi, il riconoscimento che si è in una posizione di ricezione e di ascolto, non passivo.

Nel suo libro lei delinea con precisione l’attuale scenario del sistema scolastico, pieno di lacune e di errori (esame di maturità, cambiamento nelle materie insegnate, il periodo delle vacanze, etc). Può parlarcene?

Una buona scuola è costituita da buoni insegnanti, che siano cioè appassionati di quello che fanno, lo amino, trasmettano il gusto per il bello e per il bene. Il problema fondamentale della scuola di oggi è dovuto alla grave crisi dell’uomo cui assistiamo quotidianamente. La conseguenza è l’emergenza educativa che da decenni attraversa la società e la cultura e, di necessità, anche la scuola, il mondo degli adulti e degli insegnanti e, poi, quello dei giovani. Nel libro Tra i banchi di scuola prendo in considerazione alcuni punti di debolezza del sistema scolastico attuale. Il problema vero è rilanciare con forza la questione educativa sollecitando la domanda su chi sia davvero l’uomo e su cosa significhi, quindi, farlo crescere.

Fatta questa premessa e sottolineato qui che è impossibile delineare ora tutte le lacune della scuola, mi soffermerò piuttosto su alcuni spunti. Il primo riguarda l’assenza nella scuola di oggi di uno spazio di riflessione in cui il ragazzo possa scoprirsi, capirsi e riflettere sulla vita e su quanto gli accade. Nelle mie classi (al triennio) io ho introdotto il diario/ zibaldone su cui gli studenti lavorano due volte a settimana: è lo spazio della scoperta di sé e della realtà. Diventa, però, anche il momento in cui il ragazzo impara a scrivere. Ecco un grave limite del sistema scolastico italiano: gli studenti si cimentano nella scrittura (creativa e non) solo nei momenti di verifica.

Quali sono le conseguenze di questa “crisi” della scrittura?

Conseguenze sono le gravi lacune espressive per risolvere le quali da quindici anni il Ministero ha pensato di sostituire il tradizionale tema con prove quali l’analisi di testo, l’articolo di giornale, … Non può essere una risoluzione non affrontare i problemi, ma modificare le prove conclusive in modo da modificare il percorso.

Come è cambiato l’Esame di Stato e con quali ricadute negative?

L’Esame di stato non è cambiato solo nella prima prova (scritto di Italiano), ma anche nel colloquio orale e nell’introduzione di una terza prova che mirano a valutare l’acquisizione di contenuti minimi in forma enciclopedica e da bigino più che la capacità di approfondimento e di argomentazione. Dovrebbe chiedersi il Ministero che cosa sia fondamentale valutare al termine di un diploma. Un altro problema importante è lo smantellamento delle materie culturali umanistiche in nome di una scuola di avanguardia, tecnologica e informatizzata. Vi sembra possibile che in un Liceo siano dedicate al biennio in totale due ore per affrontare la Storia, la Geografia e la Cittadinanza e Costituzione. Anche le ore di studio del Latino sono diminuite così come, per quanto sento, al triennio in sempre più scuole la lingua latina è ridotta alla letteratura.

I nuovi modi, molto frammentari, di approcciarsi alla letteratura nelle scuole non aiutano certo lo studente ad amare e a capire la letteratura.

Ormai da decenni anche nella scuola e nelle università italiane si è assistito all’invasione dello strutturalismo. In Italia è arrivato più tardi che altrove, ma l’impatto sullo studio della letteratura è stato imponente e, oserei dire, devastante. Il grande scrittore Todorov ha scritto il saggio La letteratura in pericolo, che affronta la crisi in cui si trova lo studio della letteratura, compromesso seriamente da un predominio della critica letteraria a scapito di un vero assaporamento dell’opera. Spesso, nelle antologie i testi, deprivati del loro valore, sono diventati strumenti per fare esercizi di critica letteraria o per acquisire una competenza.

Dovremmo reintrodurre lo studio di due discipline che fino a qualche tempo fa erano il cardine della scuola: Logica e Retorica. Occorrerebbe un libro solo per mettere in luce le aporie del sistema scolastico italiano. Ma ripeto: la riscossa non sarà nelle riforme del sistema, ma dal risveglio degli insegnanti.

Lei dà molto valore, anche nei suoi precedenti libri, ai grandi classici della cultura e della letteratura, che hanno sempre minore spazio a scuola. Come guidare i ragazzi in questo mondo senza tempo di grandi domande e risposte esistenziali?

Dobbiamo far comprendere ai ragazzi che i classici sono nostri amici e contemporanei, come scrive Machiavelli nella bellissima lettera al Vettori del 10 dicembre 1513, perché sanno esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto. I classici sono quei testi che vengono dal passato, e che ci rivelano la vita e, nel rileggerli, sempre qualcosa di nuovo. I classici pongono le grandi domande dell’uomo e, nel contempo, ci aiutano a dare delle risposte. Hanno parlato agli uomini del loro tempo e, ora, parlano agli uomini del nostro tempo. Per questo, dobbiamo accompagnare gli studenti alla lettura delle grandi opere per cogliere la bellezza, l’attualità e la modernità che sono insite in loro.

Le grandi opere hanno, però, in sé anche un valore profetico. I grandi geni sanno interpretare la propria epoca e sanno capirla, perché comprendono meglio degli altri le chiavi di accesso alla cultura contemporanea.

Per concludere, un suo messaggio incoraggiante a tanti insegnanti scoraggiati e stanchi e ai tanti studenti confusi e disamorati dello studio.

Scrive il Papa emerito Benedetto XVI: «Alla radice della crisi dell’educazione c’è […] una crisi di fiducia nella vita». «È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, a ogni istante» scrive Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere. Per tutti, insegnanti e studenti, non è possibile ricominciare, varcare la soglia della classe, incontrare compagni e colleghi, professori e alunni, senza essere animati dal desiderio che possa accadere qualcosa di grande nelle giornate. Questa è la chiave perché tutti possano affrontare le giornate animati da quello stesso entusiasmo che provavano il primo giorno di scuola. Per noi insegnanti la sfida di un nuovo anno scolastico è quella di rianimare il desiderio di insegnare che avevamo quando abbiamo intuito la nostra vocazione. Ma come fare allora?

Così, come una classe di studenti ha bisogno di un maestro, così un gruppo di insegnanti ha bisogno di essere accompagnato nel giudizio sul proprio compito e sull’attività educativa svolta con i ragazzi. Una modalità può essere quella di incontrarsi periodicamente, con partecipazione libera, con quegli insegnanti che desiderino affrontare assieme l’avventura dell’educazione. Il metodo è questo: non avere risposte preconfezionate, ma camminare in una compagnia piena di entusiasmo e di desiderio di vita. L’uomo cresce, diventa più vivo e intenso laddove incontra altri uomini che ardono nel desiderio di conoscere e affrontare la vita. In questo modo nasce una compagnia.

(a cura di Alessandra Scarino)