INTERVISTA SU “RADICI CRISTIANE”

a Giovanni Fighera

a cura di Mauro Faverzani

Quanto il dato biografico incide nella stesura de I Promessi Sposi?

Si può sospettare che l’idea della stesura de I promessi sposi scaturisca dall’approfondimento delle origini della propria famiglia da parte di Manzoni che venne a conoscenza che un antenato da parte della madre Giulia Beccaria era un certo Bernardino Visconti, che sarebbe diventato un pilastro centrale nel romanzo col nome dell’Innominato. Secondo Ermes Visconti, grande amico di Manzoni, nella conversione dell’Innominato è celata quella del romanziere. Alessandro conobbe meglio anche gli antenati del padre Pietro che, morendo nel 1807, aveva reso erede universale il figlio. Tra le proprietà ereditate c’era la casa di Lecco, il  Caleotto.

Tra i Manzoni Giacomo Maria fu il primo ad abitarla nel Seicento. Era un ribaldo, omicida e appaltatore di delitti che si avvaleva di bravi per le sue scelleratezze, processato addirittura come untore, anche se non condannato. La figura di Giacomo Maria Manzoni può aver offerto una serie di spunti per la stesura del romanzo: la peste, gli untori, i bravi, gli omicidi sono solo alcuni; l’anno in cui Giacomo è processato come untore è il 1630, lo stesso del processo agli untori raccontato nella Storia della colonna infame. Manzoni vendette la casa di Lecco dell’antenato infame nel 1818. Solo tre anni più tardi iniziò la stesura del romanzo che riesumava, anche se con nomi differenti e vicende modificate, un Seicento che aveva visto due antenati del Manzoni complici dei misfatti dell’epoca.

Vi sono tre conversioni emblematiche all’interno del romanzo: la prima è quella di fra Cristoforo. Che ruolo gioca?

Il fra Cristoforo manzoniano è frutto della commistione tra due personaggi storici: fra Cristoforo da Cremona (morto nel lazzaretto di Milano il 10 giugno 1630) e il duca Alfonso III (che abdicò nel 1629 divenendo frate cappuccino e portando conforto ai moribondi durante la peste del 1630). Fra Cristoforo è il primo convertito manzoniano che non si converta in punto di morte (come Adelchi, Ermengarda, Napoleone), ma che ha la possibilità di cambiare condotta e operare  dopo la conversione. Prima della conversione, fra Cristoforo si chiama Lodovico.

Dopo aver ucciso un nobile in un duello, affronta i parenti dell’uomo ucciso con atteggiamento di profonda umiltà per chiedere perdono. Da quel momento, divenuto frate, vive con l’intento di espiare quell’omicidio, ottemperando ai compiti che gli vengono assegnati (predicare e assistere ai moribondi) conservando la sua propensione a proteggere gli oppressi. L’uomo vecchio (Lodovico) è come trasformato nell’uomo nuovo, nulla della sua umanità è perduta.  Scrive Cesbron in È mezzanotte Dottor Schweitzer: “[Dio] quando ci impegna per la sua lotta, ci prende come siamo tutti interi: il buono e il cattivo.

Se metti un ceppo al fuoco, tutto brucia: anche i vermi che lo divorano”. Nel romanzo fra Cristoforo ricopre molteplici funzioni: confessore, confidente di Lucia, punto di riferimento centrale dei due fidanzati, persona che si prende cura degli appestati nel lazzaretto di Milano. Dinanzi a don Rodrigo morente, fra Cristoforo invita Renzo a prendere coscienza di chi sia il padrone della vita, a pronunciare parole di perdono e a pregare per la sua salvezza. Dio è misericordioso, vuole la salvezza e la felicità di tutti i suoi figli.

La seconda conversione emblematica è quella dell’Innominato: cosa la causa e che conseguenze comporta?

A metà esatta del romanzo, verso la fine del capitolo XIX, compare in scena la colonna portante di tutta l’opera: l’Innominato. La sua conversione appare come un processo graduale di cambiamento, per tappe. Dapprima l’Innominato inizia a sentire una sorta di fastidio fisico, «una cert’uggia delle […] scelleratezze», divenute troppe. Il male produce un peso all’anima, anche se l’Innominato ha allontanato già da anni il rimorso di coscienza, dopo i primi delitti compiuti. La seconda fase è la percezione del passaggio del tempo: «Invecchiare! Morire! E poi?».

La vita terrena non dura in eterno, la morte è il destino di ciascuno. La terza tappa è l’insorgere della voce di Dio nel silenzio della sua coscienza. La quarta tappa consiste nell’incontro con Lucia, che mostra tutta la sua forza fondata su Colui che non può venire meno («In nome di Dio») e pronuncia una frase che si stamperà nella mente dell’Innominato e che gli salverà la vita («Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia»). Quinta tappa della conversione è la notte in cui l’Innominato medita il suicidio. Ad un certo punto il suo pensiero si concentra su alcune domande: perché sta male tanto da desiderare la morte se Dio non esiste? Se Dio invece esiste, che cosa sarà di lui, che si è sempre comportato in maniera malvagia, come se Dio non esistesse? Tutto ad un tratto gli tornano alla mente le parole di Lucia: «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia».

La giovane appare ora ai suoi occhi non più come la sua prigioniera, ma come una dispensatrice di grazie e di consolazione. All’alba l’Innominato inizia a sentire voci di gioia di un popolo che si sta recando dall’arcivescovo Federigo Borromeo in visita pastorale in un paese vicino. Nell’incontro con il religioso l’Innominato scopre di avere un’anima buona, che anche il suo cuore desidera il bene, nonostante tutte le azioni scellerate che ha compiuto (“io mi conosco ora, comprendo chi sono”). L’Innominato trova una figura che gli è padre e lo desidera salvo. Nell’abbraccio amoroso dell’arcivescovo l’Innominato desidera essere migliore, ha vergogna dei propri mali, ma non si ferma allo scandalo, anzi sente un refrigerio e una consolazione non sperimentata prima.

L’Innominato ha già la possibilità di redimersi e di cambiare vita: lo stesso progetto di male a cui ha aderito (il rapimento di Lucia) rappresenta l’occasione per avviare un’opera di bene e offrire alla giovane un’ospitalità che la ponga al riparo dalle angherie di don Rodrigo. Tornato al castello, l’Innominato convoca tutti i bravi e racconta loro il suo cambiamento: rispetta però la loro libertà, perché non può imporre la sua scelta alla coscienza altrui. Rimarrà con lui soltanto chi non continuerà più sulla strada della malvagità.

La terza conversione emblematica è quella del Manzoni: vi sono correlazioni con lo sviluppo dell’opera?

La conversione di Manzoni fu graduale, avvenne durante un periodo di crisi, tormentata e documentata dalle lettere scritte dal romanziere tra il 1809 e il 1811. L’aneddoto della chiesa di San Rocco si diffuse solo dopo la sua morte. Il primo a divulgare l’episodio nella forma oggi conosciuta fu il giornalista Raffaello Barbiera che lo raccontò ne Il salotto della Contessa Maffei (1895). Ecco l’aneddoto. Il 2 aprile 1810 si celebravano a Parigi le nozze di Napoleone Bonaparte. Lo scoppio di petardi provocò un fuggi fuggi generale tra la calca della folla accorsa in massa per l’evento. Preso da una crisi di agorafobia, dopo aver smarrito la moglie, Manzoni entrò nella Chiesa di Saint-Roch ove pregò Dio chiedendo il suo soccorso. Uscito dalla chiesa, ritrovò la moglie e si convertì. L’aneddoto è raccontato da sempre nelle scuole e sui libri di testo per spiegare la conversione di Manzoni.

Dalle sue lettere comprendiamo che le informazioni che ricaviamo non coincidono con l’aneddotica di Saint-Roch. Già nel 1809 Manzoni e la moglie fanno battezzare la primogenita Giulia con rito cattolico. Nel febbraio 1810 (prima dell’aneddoto di San Rocco) la coppia si risposa con rito cattolico. Il 27 agosto 1811 Manzoni si recò dal padre spirituale per la confessione, che avvenne nel giorno di sant’Agostino (28 agosto), un grande convertito. Un amico molto stretto di Alessandro Manzoni come Ermes Visconti, che condivise con lui il percorso di conversione, appuntò a margine delle pagine autografe del Fermo e Lucia che lo scrittore, raccontando la conversione dell’Innominato, aveva voluto svelare anche il segreto della sua.

Oggi I Promessi Sposi possono sembrare un romanzo storico “superato”, tant’è vero che in molte scuole purtroppo non se ne propone più la lettura o la si propone “a spot“, leggendone solo due o tre capitoli… È così o possiamo individuare un’attualità ne I Promessi Sposi?

Purtroppo, I promessi sposi e la Divina commedia, le uniche due opere da leggere obbligatoriamente nelle scuole superiori, sono ormai sempre più trascurate. Non è certo un caso che in un’epoca sempre più anticristiana come la nostra siano trascurati due capolavori che sono espressione del genio del cristianesimo. Perché leggere ancora oggi I promessi sposi? Nel romanzo incontriamo le grandi tragedie della storia, le guerre, le pandemie, le sofferenze umane, le prevaricazioni, le violenze, le ingiustizie che attraversano il corso della storia, ieri come oggi.

Il romanzo di Manzoni risponde a chi gli pone le giuste domande, al ragazzo che è in attesa dell’amore, a due fidanzati che si preparano alle nozze (come ha ricordato recentemente papa Francesco), a padri e madri che vedono crescere i propri figli, a due sposi che si chiedono quale sia il senso della loro storia.

I promessi sposi raccontano della vita, della morte, del desiderio di eterno che alberga nel cuore dell’uomo nonostante tutti i limiti e le ingiustizie della storia. Il capolavoro di Manzoni non è una fiaba a lieto fine: nella pestilenza muoiono i buoni e i cattivi; Renzo e Lucia affronteranno guai e problemi anche dopo il matrimonio. Per questo è fondamentale arrivare a leggere tutta la vicenda fino ai fatti che accadono dopo le nozze e al «sugo della storia», due aspetti quasi sempre trascurati a scuola, senza i quali non si comprende però l’esperienza umana ed esistenziale che Manzoni ha voluto raccontare. (pubblicato sulla rivista RADICI CRISTIANE N. 182, ottobre-dicembre 2023)