A metà del libro XI Camilla diviene l’eroina dell’Eneide, lei che è dalla parte dei nemici di Enea, lei che appartiene all’esercito sconfitto. Insieme a Messapo e ad altri soldati la combattente affronta la cavalleria etrusca, mentre Turno tende un’imboscata ad Enea tra le montagne, ove si trova

un inesplorato altipiano, appostamento sicuro

sia per chi intenda attaccare da sinistra o da destra, sia

per chi, attestatosi in cresta, rotoli grossi macigni.

La dea Diana, presagendo che il destino di Camilla, sua prediletta, si sta per compiere, convoca la ninfa Opi, le ricorda la storia della guerriera.

Il padre Metabo, re dei Volsci, bandito dal regno per la sua tirannia, allontanandosi dalla città di Priverno, portò con sé la figlia, chiamata Camilla dal nome della madre Casmilla. Nulla sappiamo di quest’ultima, forse morta dopo il parto.

Il padre, inseguito dai soldati Volsci, dovette superare il fiume Amaseno, in piena per le piogge. Per salvare la piccola figlia la chiuse «in una corteccia di sughero grezzo» che venne assicurata alla metà della sua asta. Poi la consacrò a Diana e chiese la protezione alla dea. Infine, lanciò l’asta:

[…] le onde muggiscono sotto; lei sopra il fiume

vola aggrappata alla lancia che stride, la povera nostra Camilla.

Quale fu la sorte della neonata? Gettata l’asta, il padre dovette cercare la salvezza gettandosi nel fiume per sfuggire agli inseguitori. Giunto all’altra riva, Metabo trovò l’asta conficcata in una zolla verde. Il padre crebbe così la piccola «tra cespugli e tane dirupate» nutrendola col latte d’una cavalla allo stato brado. Non appena imparò a camminare, Camilla apprese l’uso del giavellotto e portò alle spalle la faretra con le frecce. Indossò una pelle di tigre. Imparò a combattere, crebbe, divenne una bella giovane, desiderata come nuora da tante madri. Camilla era, però, consacrata a Diana, soddisfatta delle armi e della verginità.

Dopo la lunga digressione, che ha il fine di ripercorrere le vicende dell’eroina fin dalla nascita, Diana chiede alla ninfa Opi di estrarre dalla faretra la freccia della vendetta in modo tale che possa pagare il fio chiunque osi profanare il corpo di Camilla, consacrato a Diana. Alla morte di Camilla, conclude Diana, sarà la dea stessa a prendere il corpo della giovane e a trasportarlo su una nuvola perché possa essere tumulato in patria.

Camilla combatte con ardore insieme alle compagne portando morte tra i nemici. L’elenco dei morti è lungo. Ricordiamo solo la fine del figlio soldato di Auno, che, quando incontra Camilla, spaventato, cerca di trovare scampo con l’inganno e con la fuga. Chiede pertanto alla donna di scendere da cavallo per sfidarlo a piedi. Quando Camilla affida le briglie ad una compagna, subito lui «gira le briglie e vola via in fuga». Rapida, allora,

[…] col fulmine delle sue gambe

sorpassa di corsa il cavallo, afferra il morso, assale

il cavaliere di fronte, e nel sangue nemico si vendica.

Assistendo alla morte disseminata da Camilla, il padre degli dei, Giove, insinua la collera nell’etrusco Tarconte che incita i compagni all’ardore con aspri rimproveri:

[…] Che immensa viltà vi è penetrata nel cuore?

Una femmina vi sbaraglia e mette le squadre allo sbando?

Li accusa di essere troppo dediti alle «zuffe notturne di Venere» o ai banchetti quando aspettano «piatti e bicchieri coi gomiti sopra la tavola».

Tarconte e i compagni vanno all’assalto dei nemici. Arrunte spia le mosse di Camilla, «studia questo e quest’altro percorso, tutte le evoluzioni/ di lei, e con l’asta si appresta, spregevole, al colpo sicuro». Avvistate le fulgide armi di Cloreo, Camilla insegue il soldato «per affiggere/ al tempio armi troiane». Allora, Arrunte coglie l’attimo giusto, scaglia il giavellotto, pregando Apollo:

[…] Non chiedo spoglie, non chiedo un trofeo

della vergine uccisa (la celebrità me la daranno

altre imprese, semmai): purché questa peste infame

cada sotto un mio colpo, rimpatrierò sconosciuto.

Apollo permetterà l’attuarsi della prima parte della richiesta, mentre la seconda non si compirà. L’asta di Arrunte si pianta nel petto di Camilla e «beve quel sangue di vergine». Le compagne si appressano alla regina per sostenerla, mentre Arrunte si dà alla fuga. Invano, la giovane eroina cerca di cavarsi l’asta, che è conficcata tra le costole. Camilla cade esangue, gli occhi le si chiudono. Dinanzi all’amica Acca, proferisce le sue ultime parole:

Fino a qui, Acca, sorella, ce l’ho fatta; adesso una ferita

Umiliante mi uccide, e tutto intorno mi si annera di tenebra.

Vola da Turno, e riportagli questo messaggio estremo:

mi subentri in battaglia, e difenda la città dai Troiani!

E ora, addio! […]

Alla vista della morte di Camilla, la ninfa Opi si accinge alla vendetta. Quando vede Arrunte inorgoglito ed esultante, cava dalla faretra una freccia e la scaglia. In un solo istante la freccia scagliata si pianta nel corpo di Arrunte. Nessun compagno lo vede morire. Da solo spira, mandando i suoi rantoli estremi.

È stata la vanità femminile ad esporre al rischio oltre misura Camilla, che, viste le bellissime armi di Cloreo, volle ad ogni modo impossessarsene. Nell’eroina si mescolano così la donna e la guerriera.

Ne nasce un personaggio unico, che non ha precedenti nella storia letteraria, anche se presenta alcuni tratti in comune con la stessa Didone virgiliana: il coraggio, la profondità psicologica e la confidenza con un’amica. Negli ultimi istanti Camilla parla con Acca, così come Didone confidava il proprio amore alla sorella Anna.