In apertura del libro XI Enea restituisce il corpo del prode Pallante al padre Evandro perché vengano celebrate le esequie funebri. Enea ricorda la morte del giovane con lo stesso verso con cui sono descritti i bambini morti prima del tempo (Eneide VI libro, v. 429) che «abstulit atra dies et funere mersit acerbo» ovvero «che un nerissimo giorno ha rapito [Pallante] ed immerso in una morte precoce».

Virgilio mostra la cura che si deve prestare al corpo dei defunti. Nella tenda c’è il vecchio Acate che veglia sul cadavere di Pallante. Attorno all’anziano si trovano i compagni troiani e le Iliadi che si battono il petto con i capelli sciolti elevando il gemito fino al cielo.

Enea compiange Pallante come un figlio:

[…] comanda di sollevare

quel povero corpo, e spedisce mille uomini scelti

fra tutti a scortare le estreme onoranze, e a condividere

le lacrime del padre, consolazione irrisoria

d’uno strazio immane, il minimo dovuto a un padre disperato.

Il culto dei defunti è segno dell’umanità e della civiltà. Il corpo di Pallante riceve gli onori dalle mani dello stesso Enea, che con un drappo di porpora riveste il ragazzo e con «l’altro gli vela i capelli». Il comandante troiano poi lo saluta per l’ultima volta: «salve aeternum mihi, maxime Palla,/ aeternumque vale» ovvero «per sempre addio, mio grande Pallante,/ addio per l’eternità».

Ormai «gli stessi inappellabili orrori di guerra» chiamano Enea altrove, ad assistere ad altri scempi. L’aggettivo verbale «horrida» deriva dal verbo horreo che significa «terrorizzo, spavento tanto da far rizzare i capelli». Questa è la guerra. Virgilio non cambia la realtà brutale della violenza attraverso la retorica e il paludamento letterario. Le atrocità sono tali e vanno chiamate per nome. La parola deve continuare ad essere aderente alla realtà, deve conservarsi «parabola», cioè racconto e confronto (nel senso etimologico). Tanti letterati hanno, invece, cambiato la realtà della guerra, sottoponendola ad un filtro edulcorante che contraddice l’esperienza stessa.

Negli onori rivolti a Pallante (e nella successiva tregua concessa da Enea per le esequie di tutti i defunti) Virgilio mostra che il valore di una civiltà si apprezza da alcuni fattori, come il culto dei morti e la religiosità.

Il filosofo illuminista Giambattista Vico (1668-1744) sostiene che diritto, sacralità della famiglia, culto dei morti sono spie di civiltà e demarcano il passaggio dalla condizione delle bestie a quella umana: la loro soppressione o il loro obnubilamento sono una spia di allarme per denunciare il degrado di una civiltà.

Rifacendosi a Vico, nel carme Dei sepolcri (1807) Foscolo lancia un grido di allarme nei confronti della civiltà umana che si è costituita nel tempo sui tre pilastri della famiglia, della religiosità (e culto dei morti) e del diritto. Nessuno di questi pilastri può essere intaccato, a rischio è l’intera cattedrale della civiltà. Perché Foscolo è spaventato per quanto sta accadendo in Europa?

Negli ultimi decenni del Settecento già in Austria erano stati emanati decreti improntati a uno spirito igienico-sanitario ed egualitario di stampo illuministico. Le tombe dovevano essere collocate al di fuori della cinta muraria per impedire la diffusione delle epidemie. Nel contempo, le iscrizioni relative al nome dei defunti dovevano essere collocate non più sulla lapide del defunto, ma sul muro della cinta muraria. Le tombe sarebbero state tutte uguali, indistinte. Nel 1804 venne emanato l’Editto napoleonico di Saint Cloud che si fece promotore degli stessi principi. In Italia l’applicazione dell’Editto avvenne tardivamente, solo nel 1806.

Partendo dai principi illuministici di cui si era imbevuto e nutrito fin dalla giovinezza, in un primo tempo Foscolo difese l’Editto. La sua era una posizione ideologica: la legge era in linea con i suoi valori ispirati all’egualitarismo. Nessuna distinzione doveva essere concessa alle tombe. L’amico Ippolito Pindemonte, che stava componendo l’opera I cimiteri, era aperto oppositore dell’Editto. Collocare le tombe fuori dalla cinta muraria significava impedire la visita dei cari defunti proprio alle classi sociali meno abbienti, non dotate di carrozze o di mezzi di trasporto. A piedi, era molto difficile che una vedova potesse recarsi nel cimitero compiendo tragitti di chilometri. Disumano era anche disporre le iscrizioni solo sulla cinta muraria dove l’abrasione del muro sottrarrebbe ogni identificazione del defunto.

Nel confronto con l’amico Pindemonte Foscolo colse il carattere ideologico dell’Editto e si rese conto che esso contraddiceva i sentimenti umani più autentici ed era fiero oppositore della civiltà. Non sempre la società umana mostra un progresso, talvolta regredisce nei valori, nel rispetto dell’uomo, della vita umana, nel culto del defunto. Se l’Editto di Saint Cloud era disumano, cosa si potrebbe dire oggi della totale mancanza di rispetto dei morti in guerra cui si assiste nella contemporaneità?

Virgilio ricorda l’importanza del culto del defunto anche in guerra. A distanza di duemila anni ci si ricorda dei morti in battaglia, della restituzione dei cadaveri ai cari perché possano ricevere i dovuti onori?

Dalla città Latina provengono degli ambasciatori con rami di ulivo per chiedere la grazia della restituzione dei corpi disseminati nei campi di battaglia, perché potessero essere sotterrati. «Non si combattono i vinti che non respirano più». Enea considera le richieste dei Latini come giuste, «non disprezzabili». Enea confessa di voler concedere la pace non solo ai morti, ma anche ai vivi. La guerra avrà sosta per dodici giorni perché tutti i defunti possano ricevere le loro esequie funebri. Enea non si sente in guerra con il popolo latino, ma solo con il re che ha sconfessato «il patto ospitale, preferendo affidarsi alle armi di Turno». Enea sottolinea l’ingiustizia di questa guerra decisa da un capo che ha portato alla morte molti uomini. Sarebbe stato più giusto che Turno si fosse misurato in combattimento con lui. L’eroe troiano accende così la sfida al più forte dei nemici.

 Il vecchio Drance riconosce la giustizia e la virtù militare di Enea. Riporterà in patria le le dichiarazioni del capo troiano, perché possa avvenire la riconciliazione col re Latino. Nelle sue parole si pongono già le basi della pace:

[…] Saremo felici di erigere la mole di mura

Fatidiche, e di portare a spalla le pietre di Troia.

La guerra potrebbe risolversi con il combattimento tra chi ha voluto lo scontro (Turno) ed Enea.