I Rutuli celebrano le esequie del loro capitano Volcente e scoprono con tristezza il numero dei soldati che Eurialo e Niso hanno ucciso durante il sonno, distesi in un bagno di sangue. L’uccisione dei due troiani non sazia il desiderio di vendetta dei Rutuli che si preparano all’assalto della fortificazione troiana e «configgono, miserevole alla vista, su lance/drizzate […] le stesse teste/ di Eurialo e Niso».

Dal campo troiano tutti possono assistere all’orripilante scena. Alla notizia straziante della fine del figlio la madre stessa di Eurialo corre alle mura, immemore del pericolo e scioglie un lamento:

Così io te, Eurialo, vedo? Tu quella pace finale
della mia vecchiaia, potesti lasciarmi sola,
crudele? Né fu data la possibilità alla misera madre
un’ultima volta di parlare a te inviato a così gravi pericoli?
Ahi, giaci su terra ignota, come preda data ai cani
latini ed agli uccelli. Né io, la madre, preparai te, le tue
esequie o chiusi gli occhi o lavai le ferite,

coprendo con la veste che per te sollecita giorni e notti
affrettavo e con la tela consolavo gli affanni senili.
Dove seguirti? O quale terra adesso tiene le braccia e
le membra squartate ed il cadavere lacero? Questo di te mi
riporti, figlio? Per questo ti ho seguita per terra e per mare?

La madre invoca la morte, perché non può reggere a tanto strazio. Virgilio conferisce alla guerra un volto. Il lettore può per una volta guardare in faccia il volto orribile, terrificante, della guerra, che strappa i giovani alle madri, i mariti alle spose, i padri ai figli. Virgilio riflette sulla sofferenza provocata dal dolore per la scomparsa dei cari. La descrizione dello scontro tocca le pieghe dell’umano compatimento. La morte non riguarda le masse anonime, senza volto, trucidate dalla barbarie militare.

Grandi letterati hanno descritto la scena drammatica di una madre che dà l’ultimo saluto al figlio morto. Forse la scena più struggente è quella che vede protagonista la madre di Cecilia, che impietosisce il lettore per la bambina che porta al collo, sostenuta da un braccio, vestita di bianco come per una festa aspettata da tempo. La bimba, che sembra solo addormentata, è in realtà morta di peste. Un monatto le si fa incontro per deporre la bimba sul carro. La madre, però, gli consegna una borsa piena di monete perché permetta che sia lei ad accomodare la piccola di nove anni sul carro e si raccomanda: «Promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così». Poi si rivolge per l’ultima volta alla piccina: «Addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». E al monatto rivolge l’ultima richiesta: «Passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Rientrata in casa, la madre si sdraia sul letto accanto all’altra figlia, più piccola, ancora viva, «coi segni della morte in volto». Rimane lì «a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro» non si muove. Entro sera tutte e tre (madre e due figlie) saranno morte. Renzo prega per quelle persone. La preghiera rivolta a Dio perché possa salvare quanto abbiamo di più caro appare nei Promessi sposi l’atteggiamento più ragionevole.

Nell’Eneide Virgilio presenta un’umanità che guarda con malinconia la vita che fugge, con nostalgia l’amore e la giovinezza che sono trascorse o sono state strappate prematuramente, con struggimento il dolore di chi ha perso un caro. La poesia di Virgilio non può spalancarsi, però, a quella speranza che solo l’avvento di Cristo aprirà nella vita dell’uomo. La madre di Eurialo vorrebbe trovare la morte sulle mura della fortificazione. Per questo i troiani Ideo e Attore la riportano sotto i tetti.

Ormai la guerra sta per infuriare. I Volsci (cento versi prima Virgilio li aveva chiamati Rutuli, forse uno dei tanti segni del labor limae cui l’autore avrebbe sottoposto l’opera, se solo avesse avuto tempo) si affrettano ad assaltare la fortificazione, alcuni cercano un varco mentre altri vogliono scalare le mura con scale. I Troiani cercano di respingerli col lancio di armi e rotolando un gigantesco masso.

Virgilio invoca la musa dell’epica, Calliope, perché ispiri il canto cosicché possa raccontare le stragi che compì Turno e quali anime spedì nell’Ade. Lungo è l’elenco dei soldati che trovano la morte per sua mano e non è certo preoccupazione nostra enumerarli tutti. Tutti hanno, però, un nome, non rimangono nell’anonimato che rende spesso la morte asettica. Nel racconto delle innumerevoli morti Virgilio ha il pregio di ripristinare nell’animo del lettore la pietà, il pianto, l’orrore per qualsiasi morte, qualsiasi sia il campo cui appartiene il cadavere.

Entra in scena anche Ascanio (il figlio di Enea) che con una freccia uccide il forte Numano (chiamato anche Remolo), cognato di Turno. Con le sembianze dell’anziano Bute il dio Apollo stesso si complimenta con lui. Con ardimentoso coraggio i troiani Pandaro e Bizia aprono le porte della fortificazione per affrontare i nemici. Subito, non appena vedono l’accesso alle mura aprirsi, i Rutuli irrompono e compiono grande strage di nemici. Anche Turno, che infuria fuori dalle mura, non appena sente che le porte sono aperte, abbandona l’azione ed entra nella fortificazione portando la morte ovunque: cadono di sua mano Antifate, Merope, Erimanto, Afidno, Bizia e poi tanti altri. «I Troiani sconvolti scappano con trepida paura». «Il furore e la voglia pazza di strage» rendono Turno «focoso/ contro gli avversari».

Il troiano Mnesteo sprona allora i compagni a non fuggire e a resistere all’ardore di Turno:

Un uomo solo e da ogni parte accerchiato, o cittadini,
dai vostri argini potrebbe fare tante stragi impunemente
per la città? Invierebbe tanti eccellenti tra i giovani all’Orco?
Non avete compassione e vi vergognate, vigliacchi,
dell’infelice patria, degli antichi dei e del grande Enea?

I Troiani riprendono vigore, si rafforzano «e con schiera serrata/ si fermano». Costretto a ritirarsi dalla mischia, Turno va in direzione del fiume e si getta nel Tevere, prossimo alla fortificazione.

Termina così il libro IX dell’Eneide con la pietà del narratore e del lettore che prova compassione per i tanti volti (appartenenti a entrambi i popoli in conflitto) che hanno trovato la morte: tutti loro hanno una storia, un nome, una famiglia che li piangerà. Questo è il vero volto della guerra, al di là delle celebrazioni paludate e retoriche che spesso la storia e la letteratura ne hanno dato. (pubblcato su la nuova bussola quotidiana del 19-4-2022)