Terminati i giochi in onore di Anchise, Giunone si accinge di nuovo ad ostacolare il viaggio di Enea. Deposta la veste e l’aspetto di dea, sotto le sembianze di Beroe, anziana moglie di Doriclo, parla con le madri dei Troiani e le persuade a bruciare le navi in modo che la nuova partenza sia resa impossibile e finalmente tutti possano sostare in Sicilia. Il fuoco divampa. Quando Enea vede le fiamme, implora Giove:

 

Giove onnipotente, se non ancora odiasti i Troiani
fino all’ultimo uomo, se la pietà guarda un poco
le fatiche umane, concedi ora che la fiamma fugga
dalla flotta, padre, e strappa da morte le esili sorti dei Troiani.

 

Un inaspettato temporale inonda di pioggia le navi. Le fiamme si spengono. La pietas (devozione) di Enea è ancora una volta premiata.

Non tutte le navi sono, però, utilizzabili. L’eroe troiano è sconfortato. Allora l’anziano Naute gli consiglia di affidare le madri e gli uomini che sono stanchi, affaticati dall’età e scevri del desiderio di ripartire, al troiano Aceste, che ha fondato in quelle terre un nuovo regno. Con le navi ancora idonee ripartiranno per l’Italia solo i giovani, pronti alle armi e al combattimento con le popolazioni del suolo italico. In sogno il padre Anchise appare ad Enea:

 

Figlio, per me più caro della vita un tempo, quando
la vita durava, figlio addolorato dai fati iliaci,
vengo qui per ordine di Giove, che scosse il fuoco
dalle navi, e finalmente si è impietosito dall’alto cielo.
Obbedisci ai consigli che l’anziano Naute dà,
bellissimi; porta in Italia giovani scelti, cuori
fortissimi. Nel Lazio tu devi vincere un popolo duro
per tradizione ed aspro. Prima però vai
alle dimore infernali e cerca nei profondi Averni
i miei incontri. Non mi tengono infatti gli empi
Tartari, le ombre tristi, ma abito le belle
assemblee dei pii, l’Elisio. Qui la casta Sibilla
ti condurrà, grazie al gran sangue di animali.
Allora imparerai tutta la tua stirpe e quali mura sian date.

 

Anchise sta profetizzando la strada che il figlio deve seguire e ricorda che il viaggio in Italia è voluto addirittura da Giove. Prima di affrontare i popoli italici, Enea dovrà recarsi dalla Sibilla che lo accompagnerà nell’Ade, nei Campi Elisi dove risiede lui (Anchise) che gli racconterà il destino e la dinastia che lo attendono.

Svegliatosi, Enea riferisce ad Aceste il nuovo disegno. Si appresta una nuova partenza. Anche coloro che prima non erano desiderosi di lasciare la Sicilia (madri ed uomini stanchi) ora si mostrano pronti al viaggio; ma Enea li consola; non è possibile per tutti approdare ai lidi dell’Italia.

Le navi ripartono. Venere scongiura Nettuno, divinità del mare, di consentire un lieto approdo all’Italia. Il dio accondiscende:

 

[Enea] Sicuro raggiungerà i porti dell’Averno, che tu desideri.
Sarà uno soltanto che tu cercherai perduto nel gorgo;
sarà data una sola testa in cambio di molte.

 

Il dio sta annunciando la morte di Palinuro. Il nocchiero della flotta troiana, tradito dal dio Sonno, cade in mare proprio dinanzi alla località che da lui prenderà il nome (capo Palinuro). La richiesta di Nettuno è così soddisfatta: un solo uomo sacrificato in cambio della salvezza degli altri. Le navi approdano nei pressi di Cuma, dove Enea cerca le caverne della profetessa Sibilla.

I popoli antichi ponevano l’entrata agli Inferi in luoghi che per caratteristiche e suggestione lugubre sembravano nascondere l’accesso alle viscere profonde della Terra. Una di queste entrate nell’Ade era collocata nelle vicinanze di Cuma, nei pressi del Lago Averno, luogo selvaggio e malsano fino alle bonifiche avvenute sotto Augusto, spesso ricoperto da una fitta nebbia e che si prestava, quindi, all’immaginazione di reconditi e spettrali accessi infernali.

 

Il paese di Cuma, in Italia, regione di vulcani spenti, dove i laghi, che riempiono antichi crateri annebbiati di vapori sulfurei, non vedono il volo degli uccelli, paese di profonde foreste, di maremme infestate di cinghiali e bufali, labirinto di caverne tenebrose e senza fondo, fu il teatro di quasi tutte le discese agli Inferi dell’antichità. (Charles Moeller)

 

Giunto negli antri della sacerdotessa, Enea le chiede di non annunciare il futuro attraverso le foglie, ma di parlare lei stessa. Invasata da Febo Apollo, la donna preannuncia «orribili guerre,/ ed il Tevere spumeggiante di molto sangue», conferma che Giunone continuerà ad avversare i Troiani, anticipa nuove nozze per Enea nel Lazio.

L’eroe chiede allora alla Sibilla di indicargli la strada per scendere nell’Ade per incontrare Anchise, il padre che lui ha salvato dalla distruzione, ha accudito nella vecchiaia e che, anche da morto, continua a comparirgli in sogno per ricordargli la volontà di Giove:

 

[…] lui stesso [Anchise] pregando dava ordini che supplice io ti
cercassi e giungessi alle tue porte. Divina, ti prego,
abbi pietà del figlio e del padre: tu puoi tutto
e non invano Ecate ti mise a capo dei boschi d’Averno.

 

La Sibilla indica ad Enea i due compiti che deve prima assolvere prima di poter discendere nell’Ade: cercare un ramo d’oro nel bosco e seppellire un amico che è insepolto. Solo a questo punto sarà possibile accedere all’aldilà.

Il libro VI dell’Eneide, che tanta influenza eserciterà sulla Commedia e, in particolar modo, sull’Inferno, racconta la più nota delle catabasi della letteratura latina, la discesa di Enea nell’Ade per incontrare il padre Anchise, da poco morto, e conoscere da lui il destino del popolo troiano. Dalla prossima puntata vedremo la discesa di Enea nell’Ade.