Enea riparte con i compagni, costeggia l’isola di Ulisse, Itaca, e avvista poi il monte Leucate e il tempio di Apollo. Approda così ad un piccolo borgo. I Troiani accendono gli altari con offerte votive a Giove. Le spiagge di Azio si animano di giochi troiani: i giovani si misurano in gare, tutti spalmati d’olio. Questi eventi sono presaghi di quanto accadrà più di mille anni più tardi, nel 31 a. C., nello scontro navale che vede contrapposti Ottaviano Augusto e Marco Antonio. Ivi, Enea affigge ad una porta uno scudo di bronzo che porta inscritto: Enea, queste armi sottratte ai Danai vincitori.

I Troiani ripartono, costeggiano l’Epiro e arrivano a Butroto. Qui Enea scopre che Andromaca, moglie di Ettore prima e costretta poi a divenire concubina del greco Neottolemo, è convolata a nuove nozze con Eleno, fratello indovino di Ettore e regnante sulla città. Enea vuole allora avere vaticini sugli eventi futuri da Eleno. Mentre si reca dal sovrano incontra Andromaca, che sta offrendo doni funebri sulle ceneri di Ettore. L’incontro è drammatico e pieno di trasporto emotivo.

Andromaca è costernata, fuori di sé per il prodigio dell’incontro inaspettato e insperato con Enea. Sbarra gli occhi e, impietrita, sviene. Ripresasi, rivolge la parola al troiano:

Sei davvero quello che vedo? È vero quel che mi annunci,

figlio  di dea? Sei vivo? O, se la dolce luce ti ha lasciato,

Ettore dov’è? […]

Parla con le lacrime agli occhi. Forse, Dante si ricorda di questi versi quando rappresenta Cavalcante de’ Cavalcanti appoggiato sui gomiti alla tomba scoperchiata, tutto circospetto per capire se il figlio sia in compagnia di Dante nel viaggio dell’aldilà:

[…] Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?

Enea, turbato, sa proferire sole poche parole:

Sono vivo, sì, e trascino la vita fra prove estreme;

quel che vedi è vero, sta’ certa.

Ma tu, ah, che ti è capitato, una volta privata di tanto

sposo? […]

Andromaca allora racconta che, distrutta Troia, ha dovuto subire l’oltraggio di Neottolemo, figlio di Achille, divenendo sua concubina e partorendo da lui. Quando questi si invaghisce di Ermione, trasmette la proprietà di Andromaca, serva, ad Eleno, servo a sua volta. Morto Neottolemo per mano di Oreste, una parte del regno passa ad Eleno. Andromaca vuole poi avere notizie di Enea, del suo viaggio, del figlio Ascanio.

Mentre si dispiega questo dialogo, arriva Eleno, che riconosce i suoi concittadini e li invita a palazzo. Enea può vedere le riproduzioni in miniatura di Troia e poi, ancora spaventato dalle profezie dell’arpia Celeno, interpella l’indovino:

[…] quali sono i primi pericoli che devo evitare?

Come farò a superare prove così penose?

Eleno allora profetizza ciò che le Parche concedono che lui sappia: come Enea possa attraversare acque straniere al sicuro e approdare in un porto dell’Italia; l’Italia è, però, ancora lontana, la via è impervia; l’eroe troiano dovrà stare attento alle onde della Trinacria (Sicilia), perlustrare il lago degli Inferi e l’isola di Circe, prima di fondare una città. Il segnale relativo al luogo ove Enea dovrà costruire sarà questo: sotto dei lecci «una scrofa enorme/ appena sgravata di trenta capi, distesa in terra,/ bianca». Enea dovrà rifuggire le terre più prossime dell’Italia, dovrà guardarsi dai mostri Scilla e Cariddi che abitano lo stretto che separa la penisola italica dalla Sicilia.

Scilla presidia il lato destro, nascondendosi nei ciechi anfratti di una grotta, attirando le navi sugli scogli e sporgendo la faccia. Ha aspetto umano fino al pube, mentre sotto è un mostro marino smisurato. Cariddi sta a guardia del lato sinistro, risucchiando immense masse d’acqua dal fondo marino e rigettandole in aria. Ad Enea conviene non passare per lo stretto, ma tenere una lunga rotta passando da Pachino.

Eleno consiglia di formulare voti a Giunone, perché sia propizia, e di recarsi poi dalla sibilla cumana:

nessun dispendio di tempo ti sembri tale da non

cercare la profetessa e implorarne il responso.

Schiuda lei stessa la bocca alla profezia, canti da sé.

E ti svelerà i popoli d’Italia e le guerre venture,

come tu possa evitare o sopportare pene e fatiche [..].

Eleno auspica, infine, che Enea possa levare fino alle stelle la grandezza di Troia. Il sovrano dona poi ai Troiani un carico d’oro, d’avorio, d’argento oltre a cavalli, guide ed armi, alcune delle quali appartenevano a Neottolemo.

Andromaca porta vesti in dono per Ascanio, chiedendole di accettarle in ricordo di «Andromaca, moglie di Ettore» e di suo figlio Astianatte, che aveva «stessi occhi, stesse mani, stessi tratti». Se fosse ancora vivo, avrebbe la stessa età di Ascanio, crescerebbe con lui, con lui giocherebbe.

Ma Astianatte (ovvero «signore della città», così ribattezzato dai Troiani per ricordare le gesta di Ettore), il figlio che Andromaca ebbe dall’amato Ettore, primo marito, fu ucciso da Neottolemo in maniera atroce: fu scaraventato giù dalle mura di Troia. Ulisse diede questo consiglio, perché il re Priamo non avesse una futura discendenza.

Andromaca porterà sempre nel cuore Ettore e Astianatte.