altDi Domenico Bonvegna. “L’uomo medievale concepisce la realtà in rapporto con la dimensione ultraterrena, con il Mistero, con l’infinito, in una prospettiva escatologica”. Lo scrive il professore Giovanni Fighera nell’agevole testo edito da Ares, “Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi?”, che sto presentando da qualche giorno. Certamente l’uomo medievale non è meno peccatore di altre epoche, soltanto che ha più chiaro il senso del peccato ed è più consapevole che ha bisogno di essere salvato da un Altro, da Dio, che si è incarnato e che noi siamo guidati attraverso la compagnia della Chiesa . Peraltro per Fighera, “la coscienza di peccato può esistere solo in una civiltà che coglie o percepisce la presenza del Mistero”. Infatti, l’uomo medievale concepisce la sua vita come un pellegrinaggio, l’homo viator, il viandante che si affida a una guida e a un maestro…”. Legato al pellegrinaggio c’è il termine avventura, che descrive bene il viaggio dell’uomo medievale, il quale è consapevole di incontrare nella vita, imprevisti, “irruzioni sorprendenti del soprannaturale e del Mistero nella realtà”. L’avventura ci richiama a Percevale al Sacro Graal, di Chretien de Troyes (1135-1190) una delle vicende che più ha affascinato l’epoca contemporanea. Al di là della vicenda leggendaria, il messaggio trasmesso per il lettore medievale è chiaro: “Cristo è il Re pescatore, il padre del Re pescatore che non si può vedere è Dio Padre creatore, il santo eremita è lo Spirito santo, la strada che parte dal santo eremita lungo il quale l’uomo deve camminare è la Chiesa, il Graal è la coppa dell’ultima cena”. Accanto alla figura di Perceval si staglia quella di Orlando, il valoroso paladino di Carlo Magno, immortalato nella Chanson de Roland. Ma per Fighera, tra i cavalieri medievali, ce né uno che è cavaliere e santo nello stesso tempo.