Qualche decennio prima di Virgilio, Cicerone (106 a. C. – 43 a. C.) aveva rappresentato il luogo dei beati non in un mondo ctonio, bensì nella Via Lattea. L’Arpinate aveva descritto la condizione delle anime beate in quell’opera immortale passata alla storia con il nome di Somnium Scipionis, in realtà non concepita come testo a sé stante, bensì appartenente alla monumentale opera politica De re publica. Cicerone si rende qui interprete di una visione minoritaria e elitaria dell’aldilà, secondo la quale la vita terrena è solo una pallida ombra di quella che sarà quella ultraterrena. La visione più diffusa tra gli antichi Greci e Romani è, invece, quella secondo la quale l’aldilà è un riflesso sfuocato dell’al di qua, ovvero più importante è la vita sulla Terra, in secondo piano quella che ci aspetta per l’eternità. Nell’opera ciceroniana forti sono, dunque, gli influssi platonici, in particolar modo si sentono gli echi del dialogo Fedone o del mito di Er presente nella Repubblica. Cicerone utilizza, però, l’espediente del sogno rivelatore.

Nel dialogo ambientato nel 129 a. C Cicerone si immagina che Scipione l’Emiliano si intrattenga con Lelio e gli racconti di un sogno avuto vent’anni prima mentre si trovava a  Cartagine durante la terza guerra punica (149 a. C.).