La tradizione cristiana e quella classica hanno sempre presentato l’identità tra il concetto di verità e quelli di bontà e di bellezza. Messa in discussione l’esistenza della verità (relativismo gnoseologico), consegue, di necessità, anche la perdita delle dialettiche bene/male (relativismo etico) e bellezza/bruttezza (relativismo estetico).

L’età contemporanea si caratterizza, così, dal dubbio (esteso ad ogni ambito umano) che la ragione possa davvero incontrare la realtà: è un dubbio metodico e sistematico.

Si afferma una prospettiva per cui

 

l’uomo è il punto di vista decisivo, centrale, la soggettività prende il posto della oggettività. Viene sempre più rimarcata la parte occupata dalle capacità dell’io, dalla sua genialità, dalla sua abilità a manipolare materie ed a interpretare la realtà. Questa novità di toni e di passo scivolerà negli sviluppi successivi della cultura fino al soggettivismo in ogni settore, ivi compreso quello del gusto estetico.

 

Quest’esasperato soggettivismo estetico, commisto alla maniacale tendenza a creare ex nihilo «manufatti d’arte» senza alcun legame con la tradizione passata e con le «tecniche ereditate», ha, spesso, portato gli artisti a realizzare opere «brutte».

Il Novecento è per eccellenza il secolo del brutto e della provocazione. Una rana crocefissa al posto di Cristo, realizzata da Martin Kippenberger ed esposta al Museo di arte moderna di Bolzano nell’agosto 2008, un materasso con un secchio, meloni, arance, cetrioli, opera intitolata «Au Naturel» (1994) dell’artista Sarah Lucas: sono solo due dei tanti esempi che si possono addurre per mostrare rispettivamente la provocazione che si traduce in deliberata blasfemia o la moda artistica che consacra la bruttezza e l’ostentazione.