L’intellettuale di inizio Quattrocento ha sostituito al merito cristiano l’idea di merito umanistico. L’uomo medioevale è convinto che la salvezza provenga da Dio e che l’uomo, peccatore, ma dipendente da Dio e, quindi, “capace di Dio”, debba mendicare, chiedere il perdono così come la sententia di Tommaso da Celano, poi musicata nel 1787 da Mozart nel celeberrimo Requiem, ben declama:

 

Rex tremendae majestatis,

qui salvandos salvas gratis,

salva me, fons pietatis.

Così il Buon Ladrone, conosciuto anche come Disma nella tradizione, in punto di morte, dopo una vita di delitti e di disonestà, vedendo la diversità di Cristo sulla croce, gli si rivolge dicendo:

 

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.

Orbene, l’intellettuale del Rinascimento ha maturato la convinzione che l’uomo possa con le proprie opere ottenere l’immortalità, la fama su questa Terra e l’eternità poi. L’ottimismo sulla natura umana che caratterizza almeno la prima parte del Quattrocento si può esprimere con l’affermazione classica che è fatta risalire ad Appio Claudio Cieco:

 

Faber est suae quisque fortunae

 

ovvero “Ciascuno è artefice del proprio destino”.

Nella Oratio de hominis dignitate Pico della Mirandola traduce tale percezione con queste parole:

 

Stabilì finalmente l’ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quei posti, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnerai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.

Quale dignità è conferita all’uomo dalle parole di Pico della Mirandola! Nel contempo, quale presunzione, quale esagerata fiducia nelle possibilità umane di autodeterminarsi emerge in questo passo! Infatti, se da un lato è, senz’altro, lodevole l’esaltazione della libertà umana, dall’altro è evidente che un’erronea (o almeno così noi reputiamo) interpretazione della stessa induce il grande umanista a non considerare correttamente, o comunque a sottostimare, il peso del limite umano, del peccato originale, della caducità, non percependo, così, l’urgenza, la necessità, il bisogno di una redenzione.

Certo, la tracotanza e la presunzione umane possono persistere per poco tempo: non passeranno molti decenni che altri intellettuali, tra il finire del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, sottolineeranno sempre più il peso che la “fortuna” ha sull’agire dell’uomo.  La produzione letteraria di Ludovico Ariosto (1474-1533), nonché quella di Niccolò Machiavelli (1469-1527) e, a seguire, di Francesco Guicciardini (1483-1540) saranno l’espressione di questo diffuso e crescente pessimismo sulla natura umana e sulle possibilità della virtù di fronteggiare con successo il caso.

C’è, però, anche un’altra considerazione su cui è opportuno soffermarsi per capire meglio la mutata consapevolezza del rapporto tra l’uomo e il Mistero/Dio.

L’uomo medioevale vive ogni aspetto della realtà nella prospettiva dell’Ideale, l’amore, il lavoro, ogni attività sono sentiti in rapporto con Cristo, perfino le azioni delittuose sono vissute in relazione ad una Presenza e, infatti, giudicate come peccato. Nell’Umanesimo, invece, inizierà ad affermarsi quella frattura, che sarà, poi, tipica nella modernità, tra gli ambiti mondani della vita e quelli religiosi.

Ecco, quindi, che l’uomo ideale del Medioevo, il cavaliere e il santo, è sostituito dalla figura dell’homo divus, colui che si afferma in un campo, da quello artistico a quello pericoloso del mestiere delle armi: il condottiero di ventura  Gattamelata (1370-1443) e il geniale Leonardo da Vinci (1452-1519), che fu pittore, ingegnere, architetto, matematico, inventore, sono due differenti esempi di “grandi” del tempo.

L’uomo si sente ancora creatura di Dio, ma si percepisce in un certo senso affrancato, libero, artefice di sé e del suo destino, per lo meno nella prima parte di questa rinascita.

Certo, se la cultura popolare (ovvero quella della maggior parte della popolazione) conserva  ancora tutta intatta la forte religiosità che ha connotato il Medioevo, la cultura intellettuale diventa sempre più laica e profana. Si sta verificando quella scissione tra cultura del popolo e cultura degli intellettuali, che viene descritta da Pasolini negli Scritti corsari (1975), scissione che diventerà, poi, espressione di tutta la modernità. La drammatica ricongiunzione delle due culture (del popolo e degli intellettuali) avverrà solo nel secolo scorso attraverso l’ausilio della scuola e della televisione. Questi strumenti saranno interpreti della scristianizzazione anche della cultura popolare.

Così, dal Rinascimento in poi, il sapere intellettuale si farà portavoce di una “nuova cultura” e la letteratura aulica ed alta raramente si occuperà del sacro.