L’Inferno è per chi lo desidera o per chi non crede alla sua esistenza. Chiunque, invece, si rivolgesse a Dio con le parole ispirate al “Requiem” di Mozart

Rex tremendae maiestatis,

qui salvandos salvas gratis,

salva me fons pietatis

 

(ovvero «Re di autorevolezza tale da incutere timore, che salvi gratuitamente chi deve essere salvato, salva me, Tu che sei sorgente di misericordia») incontrerebbe l’infinito amore del Padre, quell’amore descritto così bene nella parabola del «Padre misericordioso» o nella parabola della vigna sopra ricordata quando, invece, l’invidia  pretenderebbe che l’amore di Dio si misuri sulla nostra idea riduttiva di amore, ovvero sulla nostra pochezza.

Interessante è, infatti, notare che nel Purgatorio dantesco si trovano talvolta anime che hanno commesso colpe anche più gravi rispetto ad altre che si trovano all’Inferno. Non è la gravità della colpa a stabilire la collocazione dell’anima. Solo il pentimento e la contrizione possono permettere all’uomo di ottenere la salvezza domandandola a Colui che solo può donarla. Se l’Inferno dantesco è impostato sul sistema aristotelico per cui si può errare per incontinenza, per violenza o per frode, l’impostazione morale che presiede il Purgatorio è, invece, mutuata dal sistema morale tomista per cui l’amore può sbagliare per «malo obbietto», «per poco vigore» o «per troppo vigore».

Di conseguenza, la montagna presenta sette balze, questa volta dal vizio capitale più grave al meno grave: superbi, invidiosi, iracondi, accidiosi, avari e prodighi, golosi e lussuriosi. Dante si immagina che le anime purganti rimangano nelle balze relative ai vizi capitali di cui si sono macchiati. Il vizio è il peccato riasserito e diventato abitudine per cui la persona perde anche la consapevolezza della colpa per l’abitudine acquisita: «errare è umano, perseverare è diabolico».

Stazio, anima incontrata da Dante nel Purgatorio, ha espiato la sua colpa tra gli accidiosi per quattrocento anni, tra gli avari e i prodighi per cinquecento anni e poi ha trascorso altri secoli nelle altre balze. Come si vede alcuni peccati sono collocati sia nell’Inferno che nel Purgatorio.

All’Inferno Dante punisce le anime nel cerchio correlato al peccato che ha portato l’anima alla dannazione eterna. In una dimensione escatologica siffatta diventa fondamentale la dimensione della vigilanza, perché la nostra vita potrebbe finire quando non siamo pronti. Il Vangelo ci richiama più volte alla conversione, al pentimento, all’attesa del momento in cui il Signore ci chiamerà a sé.