Ora, proprio all’inizio della stesura della seconda cantica, è il caso di fornire una risposta. Dante ad un certo punto vede l’ombra solo davanti a sé, si volta con la paura di essere stato abbandonato da Virgilio. Costui, però, lo rimprovera con parole che non lasciano dubbi:

 

 

Perché pur diffidi? […]

Non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero è già colà dov’è sepolto

lo corpo dentro al quale io facea ombra;

Napoli l’ha e da Brandizio è tolto […]

A sofferir tormenti, caldi e geli

simili corpi la Virtù dispone

che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

 

Noi non sappiamo come ciò possa accadere. Le anime dell’Inferno dantesco, però, soffrono pene corporali, oltre a quelle dell’anima, pur non avendo più il corpo. A seguire si incontrano quei versi famosissimi che celebrano la pochezza della ragione umana di fronte a Dio onnipotente e nel contempo dichiarano indirettamente che la grandezza nostra sta proprio nel riconoscimento di questa sproporzione.

 

Matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrere l’infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.

 

Insomma, se è umano e giusto domandare, conoscere, capire, è anche ragionevole riconoscere un Mistero che non può essere colto se non si fa Lui presente. Infatti, continua Dante,

 

se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria.

 

L’incapacità della ragione umana a comprendere il Mistero della realtà o, come direbbe Leopardi, «a felicitarci» viene poi ripreso nei versi successivi quando si ragiona sulla sproporzione tra la giustizia umana (applicazione della ragione come ratio sui et universi) e la Misericordia divina che non ha limiti.