Nel VI canto dell’Inferno in cui era descritto il terzo cerchio dei golosi, custodito dal demone Cerbero, simbolo dell’ingordigia e delle divisioni intestine, Dante aveva incontrato il conterraneo Ciacco e gli aveva posto quattro domande: a che punto sarebbero arrivati i fiorentini con le loro discordie, c’era qualche giusto in città, quali erano le ragioni che avevano disseminato l’odio nella città, dove si trovavano nell’aldilà coloro che «a ben far» avevano posto gli ingegni? Nei versi del canto Dante aucror aveva sottolineato da un lato il fatto che l’impegno politico aveva a cuore il bene comune, dall’altro l’incapacità della politica a salvare l’uomo.

Ora, nel canto VI del Purgatorio Dante mette a tema proprio l’Italia e i problemi che da tempo la dilaniano, si scaglia contro il suo paese, ricordando, però, anche come sia la patria dell’Impero e del Papato. Il poeta si trova ancora nell’Antipurgatorio, laddove si trovano coloro che si sono pentiti all’ultimo momento. Ad un certo punto scorge un’anima «sola soletta», «altera e sdegnosa», «nel mover de li occhi onesta e tarda». Si tratta di Sordello da Goito, che sta fermo impettito, come un leone che riposa. 

Che cosa sappiamo di lui dal punto di vista storico? Nato sul finire del XII secolo, fino al 1230 frequenta le corti dell’alta Italia, prima a Verona in casa di Riccardo, conte di san Bonifazio, di cui fa rapire la moglie Cunizza da Romano, probabilmente con la complicità del fratello di lei, il famoso Ezzelino da Romano. Più tardi si trova nel trevigiano ove seduce e sposa di nascosto una nobildonna destando le ire dei parenti di lei. Così, fugge e si trasferisce prima nella penisola iberica e poi in Provenza fino al 1265, quando ritornerà in Italia. Dopo il 1269 si hanno però più sue notizie. Fu poeta e compose sia in lingua lombarda sia in provenzale tanto da divenire il maggior compositore italiano nella lingua d’oc. Importanti sono i suoi componimenti civili e politici. Di lui ci sono rimasti tanti sirventesi dai toni sdegnosi e forti. La poesia più nota è, senz’altro, il «Compianto in morte di Ser Blacatz», elogio funebre composto per il suo signore: con tono irridente e sarcastico il poeta invita gli altri signori a nutrirsi del cuore del virtuoso defunto per acquisire almeno una parte della sua raffinatezza e cortesia. Per certi versi, nobile spiantato, poeta ed esule, Sordello da Goito è un alter ego di Dante. 

Quando vedono Sordello, Virgilio e Dante gli chiedono la strada per salire più agevolmente sulla montagna. L’anima purgante non risponde alla domanda, ma a sua volta chiede informazioni del loro «paese e de la vita». Virgilio replica con le parole dell’epigrafe che, secondo la tradizione, lui volle posta sulla sua tomba: «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope» ovvero «Mantova mi generò, mi ha strappato alla vita il Salento, ora Napoli conserva il mio corpo». Non appena Sordello ode l’espressione «Mantua» si alza in piedi, professa di essere compaesano di Virgilio e lo abbraccia. L’affetto che muove Sordello a stringere tra le braccia il conterraneo non è dovuto a un’amicizia personale, ma al dolce suono della sua Terra. Questo legame dovrebbe unire tutti gli abitanti dell’Italia, che invece sono da tempo in perenne lotta tra loro.

Per questo Dante auctor sospende la narrazione dei fatti per inserire una digressione politica, che assume i caratteri del sirventese, componimento molto in voga all’epoca, soprattutto in Francia. La canzone politica può essere divisa in quattro parti, quattro invettive rivolte rispettivamente contro l’Italia, contro il clero, contro l’Imperatore e contro Firenze. Nella prima stanza Dante si scaglia in toni polemici contro il suo paese con queste parole: «Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!». L’Italia non si presenta come una donna raffinata, ma addirittura come luogo di prostituzione, ricettacolo di sofferenza e di dolore. Non c’è città medioevale d’Italia (icasticamente rappresentata dalle mura e del fossato) che non sia lacerata dalle guerre. La nostra terra è poi rappresentata con un cavallo dalla sella vuota, senza cavaliere. Non c’è più autorità che sia riferimento comune a tutti i comuni e all’intera popolazione.

E pensare, osserva Dante, che proprio l’Italia fu la sede dell’Impero che aveva ottenuto un’unità territoriale, politica e giuridica. Il poeta fiorentino fa riferimento anche all’opera legislativa di Giustiniano che riunì in un Corpus iuris civilis tutte le leggi emanate nello stato romano in mille anni di storia, facendo eliminare quelle superflue e ripetitive. Dante sta anticipando qui il tema centrale del canto VI del Paradiso dove incontrerà proprio l’Imperatore Giustiniano. Vedremo la prossima volta le altre ragioni della decadenza dell’Italia presentate da Dante nel canto VI del Purgatorio. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 10-8-2014)