Se guardiamo alle statistiche relative a questi decenni, due domande sorgono naturali: che cosa hanno voluto lasciare i genitori ai figli? Come hanno investito i soldi? La scelta degli Italiani è stata finora chiara. La maggior parte dei genitori ha creduto che fosse più importante lasciare i mattoni ai figli piuttosto che investire sull’educazione, nel permettere a loro l’accesso a certe scuole o università. In altri Stati la scelta dei genitori è stata diversa, orientata a permettere al figlio un percorso di crescita, di educazione e di istruzione che gli avrebbe permesso poi di ricoprire posizioni importanti nella società. 
I giovani di oggi sono figli di una generazione che discende da quel Sessantotto che ha ripudiato tutto ciò che era stato lasciato in eredità e ha gettato in una discarica «ogni principio di responsabilità e di autorità». La generazione dei padri di oggi è la prima che «ha disobbedito ai padri e ha obbedito ai figli».

 

«La colpa è nostra, ma, per essere onesti, è anche del secolo di cui siamo figli: il Novecento. Un secolo grandioso e terribile, in cui eventi epocali e teorie inebrianti ci hanno somministrato l’oppio della deresponsabilizzazione, stordendoci nell’illusione che non siamo noi i responsabili della nostra sorte, e facendoci così smarrire il senso del dovere». Le nuove dottrine che imperversano nel Novecento, dal pensiero di Freud al marxismo al darwinismo, attribuiscono la responsabilità delle azioni umane a forze nascoste o superiori, rispettivamente l’inconscio, il gruppo sociale, la lotta per la sopravvivenza e l’evoluzione. «Niente di ciò che siamo si può far risalire all’educazione che abbiamo ricevuto, all’esempio che ci è stato offerto, alla cultura in cui abbiamo vissuto. Ma tutto è Natura, tutto ci deriva dai nostri antenati e dagli istinti che si svilupparono nella lotta per la sopravvivenza del più forte». Se tutto deriva dalla Natura, allora l’educazione non serve più.

Con il Sessantotto si afferma un mondo in cui esistono solo diritti senza più doveri, in cui vige una libertà eslege, svincolata dalla verità e dalle leggi. L’autorità non è più riconosciuta, così come non viene riconosciuta l’esistenza di un punto di riferimento autorevole e stabile che ci permetta di crescere. Oggi «ci sono in giro altri adulti» afferma sempre Antonio Polito «che fanno danni non minori dei padri. Nel senso che li arrecano ad un’intera generazione di figli. Sono i cattivi maestri […] , gente che cioè insegna male, cose sbagliate, metodi approssimativi, idee perniciose. È il folto gruppo di quei reduci del Sessantotto i quali, invece che in politica e in azienda, hanno ottenuto il loro successo nell’accademia o nella comunicazione». I giovani apprendono dai loro discorsi in televisione se e perché si possa sperare o si debba disperare. Questi maestri sono come dei padri guru, che hanno un peso ancora più significativo dei padri biologici. I giovani, quando si distaccano dalla famiglia dal punto di vista emotivo e valoriale, trovano nel mondo questi adulti politicizzati, che non li capiscono, non li amano, anzi li odiano (anche se in apparenza non sembrerebbe) e li accusano di non volersi impegnare in politica come hanno fatto loro adulti alcuni decenni prima.

Anche se questo è il panorama odierno, non tutto è perduto. L’educazione e la libertà di educazione, infatti, rinascono laddove c’è un io che si pone di fronte agli altri e inizia a mostrare il fascino di un cammino e di un percorso e inizia a dire ai giovani: «Coraggio, camminiamo insieme. Vale la pena far fatica perché la meta da raggiungere è bella!». Questo è il vero maestro, che non si presenta come salvatore del mondo e dell’uomo, né tantomeno si atteggia a idolo, ma diventa compagno di strada. Allora il ragazzo si mette in cammino in una compagnia, certo della bontà del sacrificio. Altrimenti, ogni sforzo è vano e assurdo e niente vale davvero la pena.

Antonio Polito, Contro i papà, Rizzoli, Milano 2012

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 3-3-2012)