Ora, in Paradiso si trova nel primo Cielo, quello della Luna, ove si mostrano a Dante le anime che hanno mancato ai voti, perché costrette con la violenza. Ricordiamo che, in realtà, tutte le anime del Paradiso si trovano insieme nell’Empireo, nella Candida rosa e che si fanno incontro al fiorentino nella salita dei sette Cieli per mostrargli le loro differenti prerogative. Nove sono i Cieli. Al primo della Luna dove si trovano gli spiriti difettivi (che mancarono ai voti) seguono il Cielo di Mercurio (spiriti operanti per il desiderio della gloria terrena), di Venere (spiriti amanti), del Sole (spiriti sapienti), di Marte (spiriti combattenti), di Giove (spiriti giusti), di Saturno (spiriti contemplativi), delle Stelle Fisse (spiriti trionfanti), del Primo Mobile (Cori Angelici). 

Piccarda appare a Dante come un’immagine riflessa in uno specchio. Per questo Dante si gira, ma non vede nulla. Allora rivolge di nuovo gli occhi «nel lume de la dolce guida,/ che, sorridendo, ardea ne li occhi santi». Il Paradiso si configura sempre più come la cantica del sorriso e della carità tanto che Beatrice anticipa Dante: «Non ti maravigliar perch’io sorrida/ […] appresso il tuo pueril coto,/ poi sopra ‘l vero ancor lo piè non fida,/ma te rivolve, come suole, a vòto:/ vere sustanze son ciò che tu vedi,/ qui rilegate per manco di voto./ Però parla con esse e odi e credi;/ ché la verace luce che li appaga/ da sé non lascia lor torcer li piedi». Dante chiede l’identità dell’anima che gli è posta di fronte e quale sia la sua sorte.                             

Piccarda esordisce sottolineando la carità che caratterizza le anime dei beati e che non può non accondiscendere a giusti desideri. Si presenta, poi, come «vergine sorella», che appare qui nella sfera più lenta (la Luna), perché in vita mancò ai voti.

Sorge in Dante un dubbio: «voi che siete qui felici,/ disiderate voi più alto loco/ per più vedere e per più farvi amici?». Con letizia nel volto e ardore di carità nel cuore Piccarda replica che il fuoco dell’amore sazia il loro cuore tanto che loro desiderano quello che hanno e non hanno desiderio di altro, perché altrimenti i loro desideri sarebbero discordi da quelli di Dio. Così l’anima descrive la condizione della beatitudine: «Anzi è formale ad esto beato esse/  tenersi dentro a la divina voglia,/  per ch’una fansi nostre voglie stesse;/ sì che, come noi sem di soglia in soglia/ per questo regno, a tutto il regno piace/ com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia./ E ‘n la sua volontade è nostra pace:/ ell’è quel mare al qual tutto si move/ ciò ch’ella cria o che natura face». La pace nell’animo dei santi deriva dalla perfetta sintonia tra la loro volontà e la volontà di Dio. Per questo, quando Gesù ci ha insegnato come pregare attraverso il «Padre nostro», ci ha comunicato il metodo perché inizi il Regno di Dio in Terra: «Sia fatta la tua volontà», ovvero dobbiamo amare quanto il Padre ci chiede per l’avvento del suo Regno. 

Piccarda racconta che, ancor giovinetta, si chiuse nel convento di Santa Chiara e con voto promise di seguire la sua regola. Uomini avvezzi al male più che al bene la rapirono «de la dolce chiostra». Dio sa quale fu poi la sua vita, da quel momento innanzi.

Piccarda presenta, infine, l’anima vicino a lei: una monaca cui similmente fu tolto il velo con la forza, ma anche allora, quando fu allontanata dalla vita religiosa, mai si separò nel cuore dalle sue promesse. Si tratta di Costanza d’Altavilla, sposa di Arrigo VI di Svevia, madre di Federico II.

Nl Cielo dellas  Dante si rivolge a Beatrice, ma non riesce a sostenere la luminosità dei suoi occhi, cosicché diventa «a dimandar più tardo». Nuovi dubbi si addensano nella mente di Dante. (La nuova bussola quotidiana del 21-6-2015)