La Madonna è, qui, presentata in tutta la sua umanità di madre, mamma di Gesù, ma anche nostra. In quanto tale, Maria non può non soccorrere tutti i suoi figli, non solo quelli che chiedono la sua intercessione, ma anche quelli che, orgogliosi o non riconoscenti o ancora convinti che nessuno possa aiutarli, a Lei non ricorrono. Pensiamo alla storia che Dante racconta nella Divina commedia. Quando Dante decide finalmente di gridare «Miserere di me», mentre è risospinto nella selva oscura «là dove ‘l sol tace», in realtà la Madonna ha già visto le sue difficoltà e gli ha già inviato proprio quel Virgilio cui lui rivolge la sua richiesta di aiuto. Maria ha, qui, prevenuto il grido di Dante. Oltre che madre, la Madonna è stata colei che ha contribuito alla redenzione dell’umanità attraverso l’incarnazione di Cristo. Il fiat che Maria rivolge all’Angelo è il mezzo grazie al quale Dio si è fatto carne. 

La Madonna ha collaborato alla redenzione del mondo, in un certo modo è corredentrice. Dio ha voluto tutta la disponibilità dell’uomo, Dio ha bisogno degli uomini. Proprio in grazia dei suoi futuri meriti, Dio ha preservato Maria dal peccato, Lei è la sine labe concepta (la «partorita senza peccato»), l’Immacolata concezione, ricettacolo di misericordia, di pietà e di ogni tipo di carità. La Madonna è per noi continua fonte di speranza cui guardare sempre, anche nei momenti di grande difficoltà: se qualcuno volesse una grazia e non ricorresse a Lei, sarebbe come se un essere vivente fosse sprovvisto di ali e volesse volare.

Dopo questo bellissimo inno, san Bernardo ricorda alla Madonna la complessità del viaggio di Dante e Le chiede di permettere che possa vedere Dio senza che i suoi sensi possano essere danneggiati: «Or questi, che da l’infima lacuna/de l’universo infin qui ha vedute/ le vite spiritali ad una ad una,/ supplica a te, per grazia, di virtute/ tanto, che possa con li occhi levarsi/ più alto verso l’ultima salute./ E io, che mai per mio veder non arsi/ più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi/ ti porgo, e priego che non sieno scarsi,/ perché tu ogne nube li disleghi/ di sua mortalità co’ prieghi tuoi,/ sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi./ Ancor ti priego, regina, che puoi/ ciò che tu vuoli, che conservi sani,/ dopo tanto veder, li affetti suoi./ Vinca tua guardia i movimenti umani:/ vedi Beatrice con quanti beati/ per li miei prieghi ti chiudono le mani!».

Elevandosi sino alla visio Dei, Dante non deve perdere le facoltà intellettive o sensitive. Dante deve, infatti, poter raccontare quello che ha visto, ovvero Dio, definito da san Bernardo come «l’ultima salute», cioè l’estrema nostra possibilità di salvezza, e «sommo piacer», cioè felicità piena per l’essere umano, unica possibilità per soddisfare il desiderio di Infinito che contraddistingue il nostro cuore. L’inno alla Vergine di Dante avrà un notevole influsso anche sul Canzoniere del Petrarca. Come Dante pone nell’ultimo canto della Commedia una preghiera alla Madonna, così anche Petrarca terminerà il suo capolavoro con un inno a Maria. Il Rerum vulgarium fragmenta, più conosciuto come Canzoniere, è una sorta di breviario laico, composto di trecentosessantasei poesie, come fossero preghiere dedicate alla sua Madonna Laura, una per ciascun giorno dell’anno. La lode alla Vergine che conclude l’opera è segno di omaggio al Sommo poeta, senz’altro, ma ancor più di indefettibile amore per Maria.

Anche il percorso del Canzoniere appare salvifico, in un certo modo simile a quello della Commedia. Dalla situazione di difficoltà di «Voi ch’ascoltate in rime sparse», dal perenne struggimento interiore per l’incapacità di rivolgersi definitivamente al bene Petrarca passa, così, all’affidamento del proprio male e della propria malinconia a Colei che volentieri viene in nostro soccorso.  È una traiettoria di ascesi, delineata in maniera inaspettata, perché noi tutti, che abbiamo letto le poesie in cui l’autoascultazione e il compiacimento per la propria situazione sembrano trionfare sull’adesione al bene e al vero, mai ci saremmo aspettati una conclusione così consapevole e perentoria, una posizione così categorica che sembra sconfiggere e annichilire ogni accidia e pigrizia. Certo, la bellezza sta nel fatto che questo Petrarca rinnovato e «convertito» rimane ancora tutto se stesso, con i suoi «limiti», con la sua percezione dell’esistenza, abbracciati, però, da un amore più grande. La sensibilità del poeta, infatti, emerge in maniera antifrastica rispetto a quella di Dante. 

I due poeti che saranno considerati nella storia della letteratura italiana successiva come paradigmi di due modalità diverse, quasi opposte, di far poesia si trovano accomunati da un medesimo afflatus religioso, che non ha dubbi sulla bellezza del Cielo e della sua Regina. Nel caso di Petrarca, invece, tutta l’incertezza riguarda l’umano, ovvero la capacità nostra di aderire al progetto di bene che Dio ha pensato per noi, non certo la presenza e la bontà del Creatore nella nostra vita. (La Nuova bussoal quotidiana del 4-10-2015)