L’equivoco comune che va sfatato è che il Paradiso coincida con i nove cieli. Senz’altro è vero che la maggior parte dei canti della terza cantica sono ambientati nei nove cieli, ma questo accade perché le anime dei beati si fanno incontro a Dante per mostrargli le loro caratteristiche differenti e le diverse peculiarità che possono contraddistinguere la santità. In realtà, però, i santi sono collocati tutti insieme nella Candida rosa che si trova nell’Empireo al di là dei nove cieli.

In una rapida sintesi ecco il viaggio compiuto dal poeta finora. Dante è disceso nell’imbuto infernale dall’accesso che si trova in prossimità della selva oscura vicino a Gerusalemme. Attraverso i nove cerchi dell’Inferno è giunto al centro della Terra dove è conficcato Lucifero e da lì, camminando attraverso una natural burella lunga quanto la profondità dell’Inferno, è poi riuscito a rivedere le stelle. Agli antipodi di Gerusalemme si eleva la montagna del Purgatorio, strutturata in nove balze, se consideriamo anche l’anti Purgatorio e il Paradiso terrestre. Attorno si dipartono i nove Cieli nei quali Dante incontrerà i santi.

            All’inizio del Paradiso Dante si trova ancora in cima alla montagna del Purgatorio, dove ha ritrovato Beatrice. Nel canto XXX del Purgatorio,dopo aver ritrovato l’amata, Dante si è rivolto a Virgilio, il suo maestro, per comunicargli che ha incontrato nuovamente quella bellissima donna per cui ha composto tanti versi ed è uscito dalla volgare schiera. Scrive Dante: «Ma Virgilio n’avea lasciati scemi/ di sé, Virgilio, dolcissimo patre,/ Virgilio a cui per mia salute die’mi». Tra l’altro, dieci anni dopo la morte di Beatrice avvenuta l’8 giugno del 1290, ora nel marzo o nell’aprile del 1300, la donna per prima cosa riprende Dante e, piuttosto che consolarlo, lo redarguisce per essersi dimenticato di lei e di tutto quanto lei gli ha insegnato. Siamo a mezzogiorno del 13 aprile (o del 30 marzo), il Sole è alto nel cielo, non è l’alba come all’inizio delle altre cantiche. Il mezzogiorno rappresenta la certezza del viaggio, non più solo la speranza: «Fatto avea di là mane e di qua sera/ tal foce, e quasi tutto era là bianco/quello emisperio, e l’altra parte nera». L’emisfero australe si è tutto imbiancato mentre in quello boreale si è annottato.

            Prima di iniziare a raccontare il viaggio nel Terzo Regno, in quel Cielo in cui è più palese la luce di Dio e in cui ha visto cose che «ridire/ né sa né può chi di là su discende», Dante sente l’esigenza di invocare qualcuno che gli permetta di esprimere quanto ha visto. Non sono più le Muse a essere chiamate in soccorso come nelle prime due cantiche. Ora Dante chiede il soccorso di Apollo, simbolo, in questo caso di Gesù Cristo. Gli chiede di ispirargli nel petto con quella forza espressiva grazie alla quale nel mito Apollo sconfisse Marsia nella gara del canto e per punizione lo scorticò vivo. In questo modo forse Dante potrà essere incoronato con l’alloro poetico e anche altri, per imitazione, vorranno imitarlo e ricercheranno la gloria attraverso la gloria poetica.

            Dopo aver chiesto aiuto al Cielo per scrivere l’inesprimibile, alla presenza della ritrovata Beatrice, finalmente il viaggio nel Paradiso può iniziare. (La nuova bussola quotidiana del 31-5-2015)