Nell’Inferno Dante vede tutto il male di cui l’uomo è capace, che lui stesso potrebbe compiere. Sperimenta la necessità di qualcuno che vada incontro alla sua miseria e che lo guidi.  Da solo, infatti, ha tentato di salire sul colle luminoso, preso dall’orgoglio e dalla presunzione, ferito nel cuore come ogni uomo per il peccato originale, che vorrebbe che ci muovessimo senza legami e senza Dio. Come tutti noi, però, anche Dante sperimenta l’inanità della vita, il non senso che avanza nelle giornate, quando si esclude il Mistero. Ma il Mistero bussa sempre e nuovamente alla nostra porta con infinita misericordia. E così, mentre Dante sprofonda verso l’abisso, il fondo della valle, risospinto dalle tre fiere, »dinanzi agli occhi» gli viene «offerto chi per lungo silenzio» pare «fioco». Virgilio induce Dante a divenire consapevole della necessità di un aiuto. Così, l’homo viator verifica che l’unica condizione che davvero lo eleva e lo rende protagonista della propria storia è quella della mendicanza. La sua discesa agli inferi è, perciò, già una salita, una constatazione di tutto il male di cui il mondo è capace, di cui ogni uomo può macchiarsi.