Dante constata che

 

da quel punto

depende il cielo e tutta la natura.

Secondo autorevoli scienziati, questo e altri passaggi del testo dantesco possono essere compresi solamente se si prendono in considerazione le acquisizioni scientifiche del ventesimo secolo relative all’espansione dell’universo, alla relatività e al big bang. Sono state sottolineate le somiglianze tra le attuali teorie sull’universo e la rappresentazione del cosmo dantesco che emergerebbe da questa rilettura del poema.

 

Dante […] ha dovuto concepire uno spazio a quattro dimensioni, […] una geometria curva a quattro dimensioni, ma c’è una asimmetria in questo gioco, perché la terra e il punto attorno al quale ruota hanno un’asimmetria data dalla velocità dei cerchi. Nell’intuizione di Dante, infatti, è il desiderio che muove l’universo e quindi via via che io mi avvicino a questo punto, il movimento è sempre più rapido. Nonostante si continui a pensare che la visione medioevale concepisca la Terra al centro dell’universo […], in verità mi sembra che qui emerga una visione medioevale in cui al centro c’è il mistero che fa tutto.

Per quanto riguarda le recenti scoperte astrofisiche

 

più guardiamo lontano nello spazio più guardiamo indietro nel tempo, perché vediamo la luce che ha attraversato un certo spazio. Via via che ci allontaniamo possiamo immaginare dei cerchi: ad ogni cerchio abbiamo una visione dell’universo a una certa età dell’universo stesso. […] Questo spazio-tempo non è statico, si espande. Vuol dire che via via che io vado indietro nel tempo, in realtà vedo l’universo sempre più piccolo, perché nel frattempo l’universo si è espanso. […] L’ultimo cerchio è l’inizio! L’inizio è un cerchio che abbraccia tutto l’universo intorno a noi, nello spazio e nel tempo.

Le analogie tra il sistema dantesco e le osservazioni più recenti non sono finite qui. Infatti,

 

per Dante la velocità di rotazione dei vari cerchi è tanto più grande quanto più ci si allontana dalla Terra e ci si va ad avvicinare al famoso punto. […] Questa è l’analogia con l’evidenza sperimentale dovuta a Hubble e poi provata in modo straordinariamente forte dalle osservazioni più recenti. […] Vale la legge per cui la velocità di recessione è tanto più grande quanto più è distante la zona dell’universo che noi osserviamo.

Un uomo medioevale con i suoi strumenti e le sue conoscenze non avrebbe potuto giungere a tali teorie. Per questo, se le considerazioni sopra esposte fossero veritiere, potrebbero rappresentare una possibile prova dell’autenticità della visione di Dante.