altDI MASSIMO INTROVIGNE

Nella seconda giornata del suo viaggio a Cuba, Papa Francesco ha visitato la città di Holguin, di cui sono originari Raul Castro, presente alla Messa nella città del Sud-Est dell’isola, e il fratello Fidel, che Francesco aveva visitato nella sua residenza prima di lasciare L’Avana. Nella Messa celebrata a Holguin, prima della benedizione della città e la partenza per il Santuario della Virgen de la Caridad del Cobre a Santiago, dove è arrivato quando in Italia era notte per l’incontro con i vescovi, il Papa – sempre attento a non entrare direttamente sul terreno della politica – ha rinnovato la sua critica delle ideologie che non servono le persone ma le usano, un tema centrale del suo viaggio nell’isola caraibica. «I concittadini, ha detto, non sono quelli di cui si approfitta, si usa e si abusa», ammonendo che le ideologie possono penetrare anche nella Chiesa.

 

Prima di lasciare Santiago, nella tarda serata del 20 settembre, il Pontefice aveva incontrato prima i sacerdoti, le religiose e le religiose e quindi i giovani. Con entrambi ha preferito dialogare a braccio, consegnando ma non leggendo i discorsi che aveva preparato. Con i consacrati il Papa ha affrontato il tema dello spirito di povertà, su cui torna spesso. Povertà, ha detto, è «una parola molto scomoda, estremamente scomoda, che va anche controcorrente rispetto a tutta la struttura culturale, tra virgolette, del mondo». Questa parola «lo spirito mondano non la conosce, non la vuole, la nasconde, non per pudore, ma per disprezzo. E se deve peccare e offendere Dio perché non venga la povertà, lo fa».

Nell’episodio del giovane ricco, che non era cattivo ma bene intenzionato, vediamo come «lo spirito del mondo» penetra anche tra i buoni. «La povertà, cerchiamo sempre di sfuggirla, sia per cose ragionevoli, ma sto parlando di sfuggirla nel cuore». Amare la povertà non significa amministrare male i propri beni. «Saper amministrare i beni, è un dovere, perché i beni sono un dono di Dio, ma quando quei beni entrano nel cuore e incominciano a dirigere la tua vita, allora hai perso. Non sei più come Gesù. Hai la tua sicurezza dove l’aveva il giovane triste, quello che se ne andò rattristato». Sant’Ignazio di Loyola, ha ricordato il Papa gesuita, diceva che «la povertà è il muro e la madre della vita consacrata. La madre perché genera più fiducia in Dio. E il muro perché la protegge da ogni mondanità. Quante anime distrutte! Anime generose, come quella del giovane intristito, che sono partiti bene e poi si sono attaccati a quella mondanità ricca, e sono finiti male. Vale a dire, mediocri. Sono finiti senza amore perché la ricchezza impoverisce, ma impoverisce male. Ci toglie il meglio che abbiamo, ci rende poveri dell’unica ricchezza che conta, per farci mettere la sicurezza in altre cose».

Quando «lo spirito di ricchezza, di mondanità ricca, entra nel cuore di un consacrato, di un sacerdote, di un vescovo, di un papa, di chiunque», «quando uno incomincia ad accumulare denaro, e per assicurarsi il futuro, certo, allora il futuro non sta in Gesù, sta in una compagnia di assicurazione di tipo spirituale, che io controllo». Il Papa ha aggiunto che quando «una congregazione religiosa incomincia ad accumulare denaro e a risparmiare, risparmiare, Dio è così buono che le manda un economo disastroso, che la manda in fallimento. Sono tra migliori benedizioni di Dio per la sua Chiesa, gli economi disastrosi, perché la rendono libera, la rendono povera».

Occorre che il sacerdote e la religiosa sappiano amare il servizio alle periferie. «Ci sono servizi pastorali che possono essere più gratificanti dal punto di vista umano, senza essere cattivi o mondani, ma quando uno cerca di dare preferenza interiore al più piccolo, al più abbandonato, al più malato, a quello che nessuno considera, che nessuno vuole, al più piccolo, e si mette al servizio del più piccolo, costui sta servendo Gesù nel modo più alto». Senza lamentarsi – il Papa ha citato santa Teresa d’Avila che diceva: «Guai alla suora che va dicendo: mi hanno trattato senza ragione». Ma molti non si lamentano. «Quante religiose, e quanti religiosi, bruciano – e ripeto il verbo: bruciano – la loro vita accarezzando “materiale” di scarto, accarezzando quelli che il mondo scarta, quelli che il mondo disprezza, che il mondo preferisce non ci siano; quello che il mondo oggi, con metodi di analisi nuovi che esistono, quando si prevede che può venire con una malattia degenerativa, si propone di mandarlo indietro, prima che nasca». Non vale solo per le suore che assistono gli handicappati o i malati terminali. Per i sacerdoti e i parroci «c’è un posto privilegiato (…) dove si manifesta l’ultimo, il minimo, il più piccolo, ed è il confessionale». Come fa in tutto il mondo, il Papa ha esortato i sacerdoti a dedicare tempo al confessionale e a mostrare la misericordia di Dio. Ha citato sant’Ambrogio: «Dove c’è misericordia, c’è lo spirito di Gesù. Dove c’è rigidità, ci sono solo i suoi ministri».

Fedeltà, povertà, misericordia sono le parole chiave anche del discorso scritto consegnato ai consacrati. Essi non devono chiudersi «in piccole “aziende domestiche”, che rompono il volto multiforme della Chiesa. Situazioni che sfociano nella tristezza individualista, in una tristezza che a poco a poco lascia spazio al risentimento, alla continua lamentela, alla monotonia». Così si creano anche le conventicole, che rompono l’unità della Chiesa. «I conflitti, le discussioni nella Chiesa sono auspicabili e, oserei dire, addirittura necessarie. Segno che la Chiesa è viva e lo Spirito continua ad agire e continua a renderla dinamica. Guai a quelle comunità dove non c’è un sì o un no! Sono come quegli sposi che non discutono più perché hanno perso l’interesse, hanno perso l’amore». Ma le discussioni devono sempre essere condotte in spirito di fedeltà e di unità.

Ai giovani, parlando a braccio, il Papa ha parlato dell’importanza di sognare. «Uno scrittore latinoamericano diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo ciò che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo». I giovani di Cuba hanno tanti problemi. Forse «sognano cose che non accadranno mai… Ma sognale, desiderale, cerca orizzonti, apriti, apriti a cose grandi. Non so se a Cuba si usa la parola, ma noi argentini diciamo “no te arrugues”, non tirarti indietro, apriti. Apriti e sogna. Sogna che il mondo con te può essere diverso. Sogna che se darai il meglio di te, aiuterai a far sì che questo mondo sia diverso. Non lo dimenticate, sognate. A volte vi lasciate trasportare e sognate troppo, e la vita vi taglia la strada. Non importa, sognate. E raccontate i vostri sogni». I sogni si spezzano quando «ci chiudiamo nelle conventicole delle ideologie». Le ideologie escludono dalla società chi non si conforma ai loro rigidi dettami. Generano «inimicizia sociale, guerra, morte. Ma attenzione, ha detto Francesco, anche le religioni possono diventare ideologie e chiuderci in conventicole. «Quando una religione diventa conventicola, perde il meglio che ha, perde la sua realtà di adorare Dio, di credere in Dio. È una conventicola. È una conventicola di parole, di preghiere, di “io sono buono, tu sei cattivo”, di prescrizioni morali. E quando io ho la mia ideologia, il mio modo di pensare e tu hai il tuo, mi chiudo in questa conventicola dell’ideologia».

Ai giovani di Cuba il Papa ha raccomandato la speranza, che è cosa diversa dall’ottimismo. «L’ottimismo è uno stato d’animo. Domani ti alzi col mal di fegato e non sei ottimista, vedi tutto nero. La speranza è qualcosa di più». Si cerca di rubare la speranza ai giovani coinvolgendoli nella «cultura dello scarto». Anzi, si scartano già «i bambini perché non li si vuole o perché li si uccide prima che nascano». «Si scartano gli anziani perché non producono più. In alcuni Paesi, c’è la legge sull’eutanasia, ma in tanti altri c’è un’eutanasia nascosta, occulta. Si scartano i giovani perché non si dà loro lavoro». E alcuni si abbattono, fuggono dalla vita, diventano pensionati a vent’anni.

La speranza è al centro anche nel testo scritto consegnato ai giovani di Cuba, invitati a resistere alle «false promesse di felicità vuota», alle ideologie, al culto del «piacere immediato ed egoista, di una vita mediocre, centrata su se stessi, e che lascia nel cuore solo tanta tristezza e amarezza». Invece, «la speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa». È difficile. Ma anche a Cuba non si deve «cadere nella tentazione della delusione, che paralizza l’intelligenza e la volontà, e non lasciarci prendere dalla rassegnazione, che è un pessimismo radicale di fronte ad ogni possibilità di raggiungere i nostri sogni. Questi atteggiamenti alla fine sfociano o in una fuga dalla realtà verso paradisi artificiali o in un trincerarsi nell’egoismo personale, in una specie di cinismo, che non vuole ascoltare il grido di giustizia, di verità e di umanità che si leva intorno a noi e dentro di noi».

Come fare? «La speranza – ha detto Francesco – si nutre della memoria, comprende con il suo sguardo non solo il futuro ma anche il passato e il presente. Per camminare nella vita, oltre a sapere dove vogliamo andare, è importante sapere anche chi siamo e da dove veniamo. Una persona o un popolo che non ha memoria e cancella il suo passato, corre il rischio di perdere la sua identità e rovinare il suo futuro». La memoria storica permette «il discernimento, perché è essenziale aprirsi alla realtà e saperla leggere senza timori e pregiudizi. Non servono le letture parziali o ideologiche, che deformano la realtà affinché entri nei nostri piccoli schemi prestabiliti, provocando sempre delusione e disperazione. Discernimento e memoria, perché il discernimento non è cieco, ma si realizza sulla base di solidi criteri etici, morali, che aiutano a discernere ciò che è buono e giusto». A differenza di quanto fanno le ideologie, il discernimento mette al centro «la preoccupazione concreta e reale per l’essere umano, che può essere mio amico, mio compagno, o anche qualcuno che la pensa in modo diverso, che ha le sue idee, ma che è un essere umano e un cubano tanto quanto me».

Il Papa è arrivato a Holguin in una data per lui significativa, il 21 settembre, il giorno in cui nel 1953 scoprì dopo una confessione, a diciassette anni, la sua vocazione al sacerdozio. Nell’omelia della Messa il Papa ha citato l’episodio, da cui ha tratto il suo motto episcopale «Miserando atque eligendo», della conversione del pubblicano Matteo. «Gesù lo guardò. Che forza di amore ha avuto lo sguardo di Gesù per smuovere Matteo come ha fatto! Che forza devono avere avuto quegli occhi per farlo alzare!». Matteo non osava alzare gli occhi verso il Signore. Fu Gesù a raggiungerlo con lo sguardo, e lo fa anche con noi. «Il suo amore ci precede, il suo sguardo anticipa le nostre necessità. Egli sa vedere oltre le apparenze, al di là del peccato, del fallimento o dell’indegnità».

Matteo «si lascia alle spalle il banco delle imposte, il denaro, la sua esclusione. Prima aspettava seduto per riscuotere, per prendere dagli altri; ora con Gesù deve alzarsi per dare, per offrire, per offrirsi agli altri. Gesù lo ha guardato e Matteo ha trovato la gioia nel servizio». È la prova che chi esercita il potere in modo ideologico si deve e si può convertire. Può e deve capire che «i concittadini non sono quelli di cui si approfitta, si usa e si abusa». Può, possiamo imparare a «guardare oltre, a non fermarci alle apparenze o al politicamente corretto». Vale per chi esercita il potere ma vale per tutti noi. Anche a noi Gesù chiede: «Credi? Credi che sia possibile che un esattore si trasformi in un servitore? Pensi che sia possibile che un traditore diventi un amico? Pensi che sia possibile che il figlio di un falegname sia il Figlio di Dio?». Se crediamo, lo sguardo del Signore «trasforma il nostro sguardo, il suo cuore trasforma il nostro cuore. Dio è Padre che vuole la salvezza di tutti i suoi figli».