Grazie proprio a queste premesse quella che tanta storiografia illuminista o di stampo illuministico successiva considererà età oscurantista e buia diventerà per eccellenza epoca di culto del bello. Grandi geni, come Dante e Giotto, hanno illuminato con lo splendore delle loro opere un’epoca che sente profondamente l’identità tra ontologia ed estetica, che avverte che la presenza del bello pervade tutta la realtà. Questa identità è espressa mirabilmente da Dante proprio all’apertura della cantica del Paradiso:

 

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra e risplende

in una parte più e meno altrove.

Dante auctor introduce il viaggio nell’ultimo regno da lui visitato, il Regno per eccellenza della bellezza, affermando che la gloria di Dio, colui che muove tutto ed è alla radice di tutto, è presente nell’universo intero, anche se il suo splendore, la sua luce è più palese in alcuni luoghi piuttosto che in altri.

S. Paolo aveva scritto nella «Lettera ai Colossesi»: «Cristo è tutto  e in tutti».

«Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Secondo la fede cristiana, ovvero secondo quanto hanno tramandato gli apostoli, i testimoni diretti della vita di Cristo (o, meglio, degli anni della sua missione), il Logos, l’Essere, che ha le prerogative della bontà, della verità e della bellezza, si è incarnato e da allora abita in mezzo a noi.  Si è presentato a noi diversamente da come ci aspettavamo. Nella povertà, nella semplicità, Cristo ha mostrato a noi il volto più profondo dell’Essere, la profondità della realtà che è amore. Ha offerto tutto se stesso per noi, morendo in croce.

Se la Bellezza si è incarnata ed abita in mezzo a noi, la sua rappresentazione non sarà più l’esito di una mente geniale, ma la testimonianza di questa storia della salvezza e della rivelazione culminata nel punto in cui l’Infinito, il Mistero, ha assunto la condizione umana e si è rivelato per la nostra redenzione. È questo il culmine della rivelazione. L’artista addirittura potrà rappresentare Dio, fatto che la tradizione ebraica escludeva, così come pure tutte le religioni e le filosofie orientali.

Scrive, infatti, il teologo siriano san Giovanni Damasceno (676-749):

 

Perciò con fiducia io rappresento Dio non come invisibile, ma diventato visibile per la partecipazione della carne e del sangue. Io non raffiguro l’infinità visibile, ma la carne di Dio che è stata vista.

Nella nuova prospettiva cristiana  la realtà vale in quanto tale, ma anche perché rimando alla Realtà, quella definitiva, che sta oltre il sensibile. La rappresentazione della bellezza visibile è, per questo motivo, sempre suggestiva, nel senso che «porta con sé un senso, un significato» che sta oltre: è, in questa prospettiva, potente rimando alla bellezza del Dio invisibile.

Come insegna, del resto, il salmo biblico 19:

 

I cieli narrano la gloria di Dio,  

l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

La realtà è, quindi, segno e l’artista vuole, perciò, veicolare il senso profondo del reale. Ecco perché nelle opere paleocristiane non è importante tanto la rappresentazione realistica, ma il contenuto veicolato, mentre nell’arte cristiana successiva la cura del realismo sarà sempre accompagnata dall’esigenza didattico–pedagogica e da un diffuso allegorismo e simbolismo.