Sulla presenza di tanti autori latini all’interno della Commedia nessuno ha mai dubitato. Nessuno, però, avrebbe potuto sospettare neanche minimamente quale fosse il numero dei richiami alle grande opere latine. Solo nell’epoca contemporanea attraverso le tecnologie informatiche è stato possibile attuare lavori altrimenti irrealizzabili dalle menti umane. La creazione di sofisticati programmi ha oggi permesso di confrontare i differenti commentari al testo dantesco.

Il Dante Dartmouth Project è un database diretto da Robert Hollander, che raccoglie settantotto commenti redatti dall’epoca di Dante fino ai giorni nostri.

Nel Limbo dantesco dopo Omero (il più importante poeta greco) e insieme a Virgilio (sommo poeta latino) si trovavano Ovidio, Orazio e Lucano. In base al database creato duecentosessantaquattro luoghi danteschi sono collegabili ad Ovidio nell’Inferno, centosettantanove nel Purgatorio, centoventitré nel Paradiso. Sono numeri davvero impressionanti. Nell’Inferno le Metamorfosi sono riprese, solo per portare qualche esempio, nel canto XIII dove compaiono uomini trasformati in pianta (i suicidi), in Malebolge tra i ladri (ove Dante gareggia addirittura con il poeta latino che non rappresenta una duplice trasformazione come quella che il poeta fiorentino ha visto nell’aldilà), tra i falsari e tra i consiglieri fraudolenti (l’Ulisse dantesco deve molto ad Ovidio).

Nel Purgatorio l’influsso dei miti del poeta latino è più evidente nel Paradiso terrestre: ad esempio Matelda risente della descrizione della Proserpina ovidiana che raccoglie i fiori; nel contempo, nell’Eden è molto significativa la presenza dei miti di Piramo e Tisbe e di Pan e Siringa. Il Paradiso si apre con due miti ovidiani: l’episodio di Marsia, sconfitto e scorticato da Apollo, e la trasformazione di Glauco in divinità marina. Marzia e Glauco sono emblemi rispettivamente della presunzione umana e della grazia divina. Già all’inizio della terza cantica Dante focalizza così l’attenzione tra le due posizioni antitetiche che il poeta ha evidenziato nel canto I dell’Inferno: la superbia che si traduce in desiderio di autonomia e il riconoscimento che l’uomo ha bisogno di essere salvato da un Altro. Gli stessi miti ovidiani sono ripresi più volte all’interno delle tre cantiche assumendo significati differenti: si pensi ai miti di Fetonte e di Dedalo e Icaro oppure alla storia di Giasone che nel terzo Regno diventa emblema del viaggiatore baciato dal successo, paragonato a Dante stesso, come nel canto XXXIII del Paradiso.

Nella teoria dei grandi poeti del Limbo a Ovidio segue Orazio «satiro», ovvero l’autore dei Sermones, molto apprezzato nel Medioevo, ma non come autore di poesia lirica (Odi). L’Ars poetica è senz’altro nota direttamente a Dante, perché citata nel De vulgari eloquentia, nel Convivio, nella Vita nova. I versi «Dimmi dov’è Terenzio nostro antico, Cecilio, Plauto e Varro» del canto XXII del Purgatorio sono probabilmente mutuati dall’Ars poetica: «quid… / Caecilio Plautoque dabit Romanus ademptum / Vergilio Varioque?». Certo è che all’importanza della fama del poeta di Venosa non segue un corrispondente spirito di imitazione e di emulazione nella Commedia.

La Pharsalia di Lucano è un riferimento costante nella Commedia, fonte conosciuta direttamente e già citata nelle opere minori di Dante. Molti sono gli episodi e i personaggi lucanei ripresi nei versi danteschi: il proemio, l’Appennino, Anteo, Cesare e Amiclate, Catone con la moglie Marzia e, poi, nel deserto libico, il cadavere di Pompeo, la maga Erittone. Pensiamo soprattutto alle due figure di Catone e di Cesare all’interno del poema epico: il primo è modello di virtù stoica nella Pharsalia e diviene emblema nel Purgatorio dantesco di chi combatte fino all’ultimo per la libertà; il secondo, presentato nel canto VI del Paradiso come primo imperatore, viene descritto proprio a partire dai versi di Lucano.

La biblioteca ideale di Dante si compone anche della Tebaide, poema epico in cui Stazio racconta della lotta tra Eteocle e Polinice. Figli di Edipo, i due devono alternarsi di anno in anno sul trono di Tebe, fino a quando Eteocle, spronato dal nonno Laio che si trova nell’Ade, non decide di opporsi a tale decisione e mantiene il governo della città, invece di cederla al fratello, destando la sua ira. Polinice si muove così contro di lui insieme ad altri eroi. I sette sono Adrasto, Tideo, Polinice, Capaneo, Amfiarao, Ippomedonte e Partenopeo. Il Capaneo dantesco descritto di grande corporatura nel canto XIV dell’Inferno risente dell’influenza della Tebaide di Stazio. La Tebaide tornerà altre volte nella Commedia.

Si pensi al canto XXVI (la fiamma biforcuta di Ulisse è attinta dalla fiamma della pira dove furono messi il corpo dei due fratelli che si uccisero a vicenda: Eteocle e Polinice) e al XXXII (quando il poeta vede il Conte Ugolino che fa da capello all’arcivescovo Ruggeri come Tideo si nutriva della testa di Menalippo nella Tebaide). La presenza delle opere di Stazio è rilevante anche nella seconda cantica in cui l’autore latino diventa addirittura compagno di viaggio di Dante fino all’Eden. Scomparso di scena il personaggio, anche la presenza della sua opera si dirada, anche se non scompare del tutto, nel Paradiso. Si pensi, ad esempio, all’omaggio che Dante tesse al poeta proprio nel proemio della terza cantica laddove scrive: «Sì rade volte, padre, se ne coglie/ per trïunfare o cesare o poeta,/ colpa e vergogna de l’umane voglie». Chiaro è qui il riferimento proprio ai primi versi dell’Achilleide di Stazio quando il poeta latino scrive: «vatumque ducumque […] laurus» ovvero «l’alloro dei vati e dei condottieri».

Una delle fonti principali del Paradiso dantesco è indubbiamente il Somnium Scipionis di Cicerone, dialogo ambientato nel 129 a. C., appartenente al sesto libro del De re publica, scritto tra il 55 e il 51 a. C. L’autore si immagina che Scipione l’Emiliano racconti all’amico Lelio il sogno di vent’anni prima mentre si trovava a  Cartagine durante la terza guerra punica (149 a. C.). Il nonno Scipione l’Africano profetizza al nipote il futuro che lo attende proprio come il trisavolo Cacciaguida farà a Dante nel canto XVII del Paradiso.

In entrambi i casi le profezie raccontano della fama e degli insuccessi dei protagonisti coinvolti: se Dante subirà prima l’esilio e poi otterrà la fama, Scipione l’Emiliano conseguirà in primis grande successo e poi riceverà la morte proprio per mano di consanguinei, come del resto Dante finirà in esilio a causa dell’invidia della «perfida noverca» (di nuovo una parente, quindi).

In entrambi i casi, poi, le profezie si mescoleranno con gli insegnamenti impartiti da tramandare ai posteri. Inoltre, nelle due opere compare una musica celestiale (il dulcis sonus del Somnium a confronto con «l’armonia» del I canto del Paradiso) e la Terra vista dalla via Lattea appare piccola, «parva» in Cicerone, così come Dante la definirà «l’aiuola che ci fa tento feroci» (Paradiso XXII). Le analogie, è innegabile, non finiscono qui. La fama che Dante ricerca e che teme di perdere (come emerge nel dialogo con Cacciaguida) se non racconterà tutto quanto ha visto è argomento centrale anche nel Somnium. Cicerone riconosce nelle parole di Scipione l’Africano che la fama è effimera e transeunte, limitata nello spazio e nel tempo, proprio come Dante definisce la fama come «un mondan rumore» che ora soffia da una parte e ora soffia dall’altra (Purgatorio XI).

La conoscenza di alcune fonti a cui attinge Dante rende ancor più sorprendente e vitale la lettura della Commedia. (pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 27-5-2018)