Nel film magistrale di Margarethe Von Trotta i quattro anni in cui la filosofa perse gli amici e la reputazione raccontando il processo Eichmann e la “burocrazia” della Shoah.


Non abbiamo capito nulla se pensiamo che il “Giorno della Memoria” sia un momento di esorcismo collettivo, utile a suscitare tutt’al più una 24 ore di emotività, compassione e simpatia per gli ebrei. Una volta, quando i palestinesi iniziarono a disonorare le loro bandiere lanciando ragazzi imbottiti di esplosivo contro altri ragazzi colpevoli soltanto di essere israeliani, aprendo così una nuova era di empietà totalitaria (a cui qualcuno ha offerto giustificazione e finanche ammirazione), Alain Finkielkraut scrisse che in Occidente il peggiore antisemitismo non si manifesta nei rozzi “naziskin”. Ma in quanti, soprattutto a sinistra, sono pronti a sciogliersi nella commiserazione per gli ebrei morti, ma non per gli ebrei vivi. D’altra parte, per fare vera “memoria” uno deve chiedersi: ma da che pianeta è venuta quella genìa di belve che pianificò ed eseguì materialmente l’Olocausto? Erano marziani? Mostri? O cos’altro erano? Diavoli? Niente di tutto ciò (e nemmeno naziskin), risponde l’ebrea Hannah Arendt raccontata nel film di Margarethe Von Trotta.

Gli spietati esecutori dello sterminio di sei milioni di ebrei appartenevano a questa terra. E non erano belve. Né mostri. Né diavoli. In effetti, ci rammentano i dialoghi e le immagini storiche e di repertorio del processo Eichmann visto con gli occhi di Hannah Arendt (che lo ha seguito in presa diretta a Gerusalemme nel biennio 1961-1962), i volenterosi carnefici degli ebrei erano dei «signor nessuno». «Perfette nullità». «Mediocrità». «Funzionari». «Burocrati». Erano l’omino inquadrato dalle telecamere di tutto il mondo e che riemerge da spezzoni di un documentario in bianco e nero, ripreso mentre sconcertato, incerto, tremolante, risponde alle domande del Procuratore generale «… ma la legge è legge… Ho solo eseguito ordini… Mi state rosolando come una bistecca sulla griglia».