Ispirandosi alla prassi del Petrarca di rispondere a tutte le lettere che gli giungevano riprendendole punto per punto e di indirizzarne molte anche ad autori del passato, a distanza di settecento anni, continuando l’ideale res publica litterarum («repubblica delle lettere»), il grande esperto Ernest Wilkins risponde alla sua lettera Posteritati.

Tutto considerato, ci sembra che tu sia stato ben collocato nella tua epoca. Hai fatto per essa, ne siamo convinti, più di quanto avresti potuto fare per qualsiasi altra epoca. […] Il debito che gli studiosi del tuo tempo e delle epoche seguenti hanno nei tuoi confronti è molto grande. Si deve principalmente a te il fatto che i due secoli successivi alla tua morte sono considerati come i secoli del Rinascimento.

Primo intellettuale e letterato professionista che vive del suo lavoro, Petrarca è l’inventore della filologia moderna. Proprio grazie alla sua opera e alla sua attività di ricerca dei codices manoscritti nelle biblioteche europee vengono ritrovati molti testi dell’antichità prima di allora sconosciuti. La filologia ha l’obiettivo di risalire al testo più vicino all’autografo in presenza di tante tradizioni manoscritte, in assenza del testo originale scritto dall’autore. Assai diffusa nel mondo antico, decaduta, invece, in epoca medioevale, questa «nuova» disciplina viene applicata ai testi classici, ma più tardi anche ai testi latini e greci del Nuovo Testamento, con la «collazione» di Lorenzo Valla, scaturita nella pubblicazione delle Adnotationes (1449).

Petrarca scrive quasi tutte le sue opere in latino, a parte I trionfi e Il canzoniere, promuovendo la supremazia della scrittura latina su quella volgare anche nel Trecento: superiorità che porterà dalla sua morte (avvenuta nel 1374) e da quella del Boccaccio (1375) al secolo senza poesia nella lingua italiana. Per più di un secolo, sino agli ultimi due decenni del Quattrocento, si scriveranno quasi solo opere letterarie in latino e quelle composte in volgare non raggiungeranno livelli considerati meritevoli.

Basti questo episodio a documentarlo. Nel 1441 l’artista Leon Battista Alberti si fa promotore del Certamen coronarium, una gara poetica in volgare sul tema dell’amicizia, patrocinata a Firenze da Piero de’ Medici. Il premio, una corona d’oro in argento, verrà conferito a chi tra i partecipanti avrà mostrato maggiori capacità nella versificazione sul tema dell’amicizia. Nessun partecipante viene considerato degno di premiazione e la corona viene così consegnata alla Chiesa di Santa Maria del Fiore dove si è svolta la gara.

Petrarca promuove anche lo studio del greco, anche se lui non lo conosce bene. Spinge Leonzio Pilato, grande esperto di quella lingua classica, a tradurre l’Iliade. Nei decenni successivi la scoperta di testi dell’antichità latina, accompagnata dalla presenza dei primi maestri di greco in Italia, permette lo studio di una disciplina per molti secoli sconosciuta in Occidente. La fine dell’Impero romano d’Oriente (1453) farà confluire in Italia tanti letterati greci e intere biblioteche che, altrimenti, sarebbero probabilmente andate distrutte dalla conquista turca.

Sull’esempio del venerato maestro Petrarca, anche il poeta fiorentino Giovanni Boccaccio (1313-1375) scopre l’amore per la scrittura in lingua latina oltre che per la cultura e la lingua greca. Nel Quattrocento si sviluppa così l’umanesimo, una nuova humanitas (ovvero educazione a partire dagli studia humanitatis) che tenta di leggere i testi antichi non più secondo la chiave ermeneutica medioevale, bensì nella prospettiva originale e autentica con cui sono stati scritti. In quest’epoca nasce l’espressione di media aetas per designare quel periodo, ormai definitivamente concluso, collocato tra la crisi della civiltà antica romana e la nuova epoca di ritorno alla classicità. Gli antichi sono sentiti come modelli umani, oltre che come modelli letterari.

L’umanesimo nasce così sull’aspirazione non solo ad imitare le grandi opere dell’antichità, ma anche i celebri personaggi che hanno realizzato grandi imprese, compiuto inclite gesta, lasciato memorie artistiche imperiture.

La celebrazione delle opere e degli artisti caratterizza questa nuova epoca. Non a caso, Petrarca, che ha fatto professione di modestia in tutta la lettera Ai posteri, dopo aver presentato il suo ritratto morale e culturale, nella seconda parte dell’epistola racconta anche la sua vita, dall’infanzia fino agli anni trascorsi a Padova presso il signore mecenate Jacopo da Carrara.

Se di Dante sappiamo solo che nacque sotto il segno dei gemelli, di Petrarca conosciamo non solo il giorno, ma anche il momento esatto della nascita: l’alba del lunedì primo agosto 1304. Figlio di un certo Pietro, guelfo bianco di Firenze ed esiliato come Dante nel 1302 ad Arezzo, Francesco Petrarca nasce in quella città toscana nel 1304. La famiglia si trasferisce in Provenza nel 1312, stabilendosi a Carpentras. Pochi anni più tardi (1316) Petrarca si reca a Montpellier per studiare diritto. La madre muore nello stesso anno. Nel 1320 Petrarca lascia la città per Bologna dove rimane in modo pressoché costante fino al 1326, quando gli giunge la notizia della morte del padre. A questo punto Petrarca interrompe gli studi di legge:

Ma io, tosto che fui signor di me stesso, volsi le spalle alle leggi; né tanto perché mi spiacesse la loro autorità, che fuor di dubbio è grande e piena di romana antichità che tanto ammiro; quanto perché gli uomini iniquamente ne abusano. Quindi m’increbbe addottrinarmi in ciò, di cui mal voleva inonestamente valermi; e secondo coscienza mi pareva impossibile il farlo, perché allora si sarebbe ascritto a dabbenaggine la mia purezza.

Ritornato ad Avignone, entra a far parte degli ordini minori, scelta probabilmente intrapresa non tanto per vocazione, ma per trovare un’efficace forma di sostentamento economico. Petrarca non sarà fedele alla castità promessa quando prende gli ordini minori. Dalle relazioni sentimentali che intrattiene nascono senz’altro almeno due figli: nel 1337 il primo, di nome Giovanni, mentre nel 1343 Francesca, che gli starà vicino negli ultimi anni di vita ad Arquà.

Brillante conversatore, Petrarca entra in rapporto con importanti famiglie aristocratiche e con ecclesiastici come Giovanni e Giacomo Colonna:

E soprattutto fui ricercato dalla illustre e generosa famiglia dei Colonnesi, che di quei tempi frequentavano, anzi crescevan decoro alla curia romana. I quali oltre ogni mio merito, mi onorarono, e principalmente il chiarissimo ed incomparabile uomo Jacopo Colonna, vescovo di Lombez, a cui somigliante non vidi e non vedrò forse nessuno. […] Me ne stetti molti anni col fratel suo Giovanni Colonna cardinale, che trattandomi non qual signore, ma padre e amorosissimo fratello, più nella mia casa che nella sua mi parve abitare.

Petrarca racconta così dei suoi viaggi in Europa e in Italia, mosso principalmente dall’«amor dello studio» e dalla «smania di veder molte cose». Vede Parigi e Roma. Si sofferma poi in particolare sull’incoronazione poetica (1341) che gli genera non poche invidie e sul soggiorno a Padova presso Jacopo da Carrara (1349).

Nella lettera si interrompe qui il racconto biografico. Daremo qui pochissime note per completare la vita dell’autore più conosciuto di quell’epoca. Nel 1350 Petrarca conosce Giovanni Boccaccio a Firenze. Nasce tra i due grandi scrittori un rapporto di amicizia che prosegue soprattutto tramite il canale epistolare e in secondo ordine attraverso sporadici incontri.  Nel 1353 Petrarca si trasferisce a Milano presso i Visconti fino al 1361 suscitando la riprovazione di molti amici fiorentini che non vedono favorevolmente la sua permanenza presso una corte ostile a Firenze e ritenuta poco incline alla libertà. Il poeta si difende sostenendo la grande autonomia di cui gode, mentre si trova a Milano, che gli permette di approfondire al meglio i suoi interessi letterari. Tra il 1361 e il 1369 Petrarca vive a Padova e a Venezia. L’ultima dimora di Petrarca sarà Arquà, ribattezzata in seguito Arquà Petrarca, che gli offrirà un dolce soggiorno in mezzo ai Colli Euganei, allietato da un clima mite e dalla compagnia dell’amata figlia Francesca e del genero Francesco. Ivi il poeta trascorrerà gli ultimi quattro anni di vita dal 1370 al 1374. Morirà tra il 18 e il 19 luglio 1374.

Ancor oggi è possibile visitare la casa di Petrarca. Lasciata in eredità al genero Francesco di Brossano, viene in un primo momento venduta alla famiglia Giustinian. Non ripercorriamo qui i diversi passaggi di proprietà dell’abitazione donata al Comune di Padova nel 1875 dal Cardinale Silvestri. Restaurata, la casa è ritornata alle condizioni e alla forma dell’epoca del Petrarca con l’eccezione di alcuni affreschi e di una loggetta cinquecenteschi. Le immagini rappresentate nel salone centrale sono dedicate alla canzone XXIII («Nel dolce tempo de la prima etade») e alla CCCXXIII («Standomi un giorno solo a la fenestra»). Nella stanza dell’Africa sono, invece, rappresentati temi tratti dall’omonimo poema epico in latino in cui si raccontano le gesta di Scipione l’Africano. Nel retro della casa si trovano il giardino e l’orto del poeta. (La nuova bussola quotidianaa del 28-3-2021)