Catturare l’attenzione del lettore suscitando in lui un vivo interesse è il primo passo per pronunciare una buona orazione. Ne erano convinti gli antichi, così come appare evidente oggi in qualsiasi occasione pubblica in cui l’arte della parola sia al centro. Difficilmente il retore che ha perso l’attenzione e il favore degli ascoltatori riuscirà a riconquistarli.

Per questa ragione l’esordio riveste un ruolo di primo ordine: ci si può avvalere della captatio benevolentiae, del topos della modestia, della presentazione dell’argomento centrale, dell’escamotage dell’ex abrupto (che abbiamo visto la scorsa puntata con il celebre esordio della prima Catilinaria) o ancora di tante altre modalità.

La captatio benevolentiae (espressione latina che significa «tentativo di ottenere la benevolenza») mira a conquistare il favore e la simpatia dell’interlocutore, del destinatario o del pubblico attraverso parole e atteggiamenti benevoli, compiacenti o accondiscendenti.
Nell’Inferno XIII (vv. 55 – 78) Dante fa recitare a Pier della Vigna nella selva dei suicidi una perfetta orazione di soli ventiquattro versi, una mirabile sintesi retorica che ripercorre tutte le parti del discorso antico. Pier della Vigna è invitato da Virgilio a parlare in modo che Dante, cui è consentito di tornare sulla Terra, possa rinverdire la sua fama e discolparlo dall’accusa ignominiosa che grava su di lui. L’orazione è organizzata nelle quattro parti fondamentali della dispositio ciceroniana.
Il discorso si apre con l’esordio (o exordium) che consiste nella professione dei motivi per cui l’anima è indotta a parlare, il «dolce dir» di Virgilio che è indice di affetto e di compassione. Pier della Vigna si avvale di una captatio benevolentiae (vv. 55-57) per ottenere il favore dell’uditore, con la presenza di verbi appartenenti al linguaggio della caccia («adeschi» e «inveschi», cioè rispettivamente «attrarre con l’esca» e «afferrare col vischio»), un lessico che ben si addice al personaggio, il segretario dell’imperatore Federico II, che scrisse il trattato De arte venandi cum avibus (Sull’arte di cacciare con gli uccelli) e al luogo, un bosco in cui si assiste, alla fine del canto, alla caccia infernale.
Anche nei prologhi delle commedie plautine compare spesso la captatio benevolentiae. In apertura dell’Amphitruo il Prologo (che coincide con il dio Mercurio, patrono del commercio) annuncia i personaggi, descrive la scenografia, spiegando eventuali antefatti indispensabili per la comprensione dell’intreccio, e chiede il silenzio del pubblico assicurando che, se gli spettatori ascolteranno lo spettacolo, lui favorirà le loro attività commerciali.

Il retore può avvalersi nell’esordio del topos della modestia, mostrando la propria pochezza e i propri limiti e chiedendo umilmente al signore di accogliere quanto lo scrittore è stato in grado di comporre, anche se di basso valore.
Nel componimento incipitario del suo Liber Catullo si rivolge a Cornelio Nepote, un uomo che ha saputo apprezzare le sue nugae («sciocchezzuole»), pur avendo composto un’opera ben più preziosa (una storia universale in tre libri). L’invocazione finale alla musa serve da auspicio che l’opera possa durare nel tempo per più di una generazione. L’augurio di Catullo è andato ben oltre l’aspettativa. A distanza di duemila anni i Chronica di Nepote ci sono pervenuti soltanto in pochi frammenti, mentre il Liber catulliano vive di una freschezza che parla ai giovani di ogni generazione.
Nella terza ottava dell’Orlando furioso (1532) Ariosto dedica il poema cavalleresco al cardinale Ippolito d’Este, presso cui svolge la mansione di segretario, chiedendogli di accogliere benevolmente quel piccolo dono che l’umile suo servo può donargli, con il quale il poeta non potrà certo ricompensare il suo signore di tutti i servigi che gli ha offerto.
In maniera analoga, con la dedica a Lorenzo de’ Medici, Machiavelli apre Il principe (1513), primo trattato di politica in volgare, con l’attestazione di modestia e di umiltà («benché io giudichi questa opera indegna della presenzia di quella»), riconoscendo la pochezza del suo dono («Pigli, adunque, Vostra Magnificenzia, questo piccolo dono con quello animo che io lo mando»), anche se nella realtà l’ex segretario della Repubblica fiorentina è ben conscio del valore di quanto ha scritto in quel breve opuscolo. L’atteggiamento presuntuoso allontanerebbe la simpatia del lettore o dello spettatore. Per questa ragione da sempre le norme di retorica scoraggiano l’assunzione di toni di protervia, tracotanza o arroganza. Anche in questo caso la retorica antica avrebbe molto da insegnare ai retori contemporanei, impegnati in talk show televisivi o in dispute elettorali improntate all’offesa e al vilipendio altrui.

Una terza modalità per esordire è quella di catturare l’attenzione presentando subito l’argomento centrale dell’opera, come accade nei poemi delle opere epiche.
Il più importante poema latino, l’Eneide, si apre con i versi: «Canto le armi e l’uomo che primo dalle rive di Troia,/ proscritto per decreto del fato, guadagnò l’Italia e le spiagge/ lavinie». Virgilio indica come materia della poesia prima gli eserciti e i combattimenti, poi l’eroe, Enea, con le sue gesta. L’eroe troiano, in fuga dalla roccaforte espugnata dai Greci, deve vagare per molto tempo in mezzo al Mare Mediterraneo prima di giungere in Italia e fondare una città da cui deriverà la gente romana.
Nell’Iliade era, invece, la musa a cantare: «Canta, o dea [Musa], l’ira d’Achille Pelide,/ rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei». Anche nell’Odissea persiste l’oggettività del racconto affidato direttamente alla musa: «L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo/ errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia».
Torquato Tasso si ricorda dell’incipit virgiliano nel proemio della Gerusalemme liberata (1581) quando presenterà la guerra e l’eroe, Goffredo di Buglione, che ha guidato i cristiani alla liberazione di Gerusalemme nella Prima crociata: «Canto l’arme pietose e ’l capitano/ che ’l gran sepolcro liberò di Cristo».Ludovico Ariosto apre l’Orlando furioso con versi che ricordavano in parte l’Eneide (verbo cantare, «i cavallier, l’arme»), pur mostrandone anche la distanza («Le donne, […] gli amori»): «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,/ le cortesie, l’audaci imprese io canto».

Non esiste un esordio migliore degli altri a priori. Il contesto è determinante per capire quale modalità o quale esempio possa meglio catturare il vivo interesse degli spettatori.
Nell’esempio che avevamo addotto qualche settimana fa, quando abbiamo steso l’inventio relativamente al tema dell’amicizia, si potrebbe partire con una scena di un film, con una citazione di un libro, con un’affermazione provocatoria e categorica come quella di Cicerone che sostiene che l’amicizia può esistere solo tra persone che desiderano il bene dell’altro o in tanti altri modi differenti.
L’importante è, se mi è concessa la metafora del gioco di carte della briscola, usare le carte con intelligenza lungo tutta la partita, non gettare le briscole tutte all’inizio, come spesso accade agli studenti che, per riempire subito la pagina bianca, scrivono di getto tutto quello che sanno, sprecando le buone carte che non possono più essere utilizzate successivamente.