Nella scuola di un tempo per anni si apprendevano le cinque fasi della retorica, l’inventio, la dispositio, l’elocutio, la memoria e l’actio, fasi che ancor oggi noi possiamo apprendere attraverso la lettura del De oratore di Cicerone o dell’Institutio oratoria di Quintiliano o di altri manuali recenti. La Rhetorica ad Herennium, il più antico trattato pervenutoci sul tema, datato intorno al 90 a. C. ed erroneamente attribuito a Cicerone, presenta nei suoi quattro libri proprio queste cinque competenze in cui l’oratore deve divenire esperto. Nel trattato De inventione Cicerone non le denomina competenze, ma fasi della retorica.

L’inventio insegna a recuperare gli esempi, le immagini, le storie, le prove più convincenti per sostenere una determinata tesi o per argomentare una questione posta. Nella dispositio si impara a strutturare un discorso persuasivo che si comporrà di un esordio, di una narrazione, di un’argomentazione della tesi propria e della confutazione dell’altrui, della perorazione in cui il retore dovrà assicurarsi il favore e l’appoggio del pubblico.

Solo dopo queste prime due fasi preliminari, il retore si accinge a scrivere perseguendo le virtù dell’espressione, dalla correttezza (puritas) alla chiarezza espositiva (perspicuitas) alla bellezza del dettato attraverso l’uso delle figure retoriche (ornatus), l’eleganza lessicale (elegantia), il ritmo e la fluidità del discorso adeguato (cursus). Questa terza parte della retorica che insegna a scrivere è l’elocutio.

Chiunque insegni o svolga attività in cui è centrale il rapporto con un uditorio sa bene quanto sia incisiva l’esposizione degli argomenti senza consultare appunti o libri. Chi parla deve possedere una memoria che gli permetta di esporre senza far riferimento al testo scritto o alla scaletta. Nella quarta fase (memoria) il retore apprende le tecniche di mnemonica in modo da poter argomentare con sicurezza e per ore la propria tesi. La fase conclusiva dello studio retorico comprende l’actio, in cui si apprende la mimica facciale, il tono della voce, la gestualità, la postura corretta per tenere la scena di fronte all’uditorio.

In cosa consiste l’inventio? In greco era chiamata héuresis, cioè scoperta (ovvero rinvenimento). Cicerone dedica un trattato alla prima fase della retorica, il già menzionato De inventione, in cui dà una definizione dell’inventio «quae princeps est omnium partium» («la quale è la più importante di tutte le parti»). Probabilmente il testo costituiva l’inizio di una trattazione successiva sulle cinque parti della retorica che non venne mai scritta.

Anche in altri autori di retorica l’inventio è trattata molto diffusamente, perché è essenziale per attuare i fini e i compiti dell’arte della persuasione. Se l’elocutio riguarda la scrittura, l’inventio concerne la ricerca e il ritrovamento dei mezzi, delle immagini, delle prove, degli argomenti che possono attuare la persuasione. Per questa ragione anche nella monumentale Institutio oratoria di Cicerone l’inventio è trattata in ben tre libri (dal IV al VI), mentre l’elocutio viene affrontata in due (VIII-IX).

Nei testi antichi relativi all’inventio erano addotti molti esempi tratti soprattutto dal patrimonio letterario classico. Se si trattava di un processo penale relativo a fatti delittuosi, si ricorreva sovente ai personaggi delle tragedie greche, che erano entrate a far parte della memoria collettiva.

Così, la figura di Clitemnestra, personaggio dell’Elettra di Sofocle, che aveva ucciso il marito Agamennone con la complicità dell’amante Egisto, a sua volta uccisa dal figlio Oreste che voleva vendicarsi della morte del padre, era un exemplum spesso ricorrente nei processi.

Medea è l’archetipo della donna sedotta e abbandonata nella letteratura occidentale. Giunto nella Colchide con gli Argonauti per impadronirsi del Vello d’oro, Giasone riesce nell’impresa solo grazie all’aiuto di Medea, figlia del re della regione e maga dal grande potere. La donna s’innamora del greco, scappa con lui e arriva a fare a pezzi il fratello Apsirto e a spargerne i pezzi in mare, pur di ostacolare e frenare l’inseguimento del padre. Giasone approda così a Jolco con il Vello d’oro insieme agli argonauti e a Medea e lo consegna allo zio Pelia che, però, si rifiuta di concedergli il trono, come promesso.

Medea allora aiuta ancora l’amato, dona una pozione ai figli di Pelia con il pretesto di far ringiovanire il padre, ma, in realtà, con lo scopo di ucciderlo tra atroci sofferenze. Morto Pelia, Giasone e Medea sono banditi dalla città e si rifugiano a Corinto dove si sposano e hanno due figli. Passati alcuni anni, il re di Corinto Creonte offre la figlia in sposa a Giasone, che accetta per divenire il successore al trono. Medea mette allora in atto la sua vendetta. Dona alla futura sposa un mantello intriso di veleno a causa del quale muoiono sia la donna che il padre di lei. Infine, Medea uccide i due figli.

Le trattazioni latine dell’inventio riguardavano spesso il genus iudiciale (genere giudiziale) e oggi sono affrontate nel diritto processuale o sostanziale (penale o civile). Il genere giudiziale divenne poi il modello per l’organizzazione del discorso anche per il genere deliberativo (genus deliberativum) in cui l’oratore cerca di persuadere l’uditorio a votare la sua proposta e per il genere epidittico (genus demonstrativum) in cui il retore esaltava le virtù di un grande personaggio.

I retori antichi studiavano nell’inventio la materia che si doveva conoscere per trovare argomenti a sostegno della propria tesi nella strutturazione del discorso. In altre parole, i casi, gli esempi, le immagini, i testi classici erano studiati e proposti anche in relazione alla parte dell’orazione in cui potevano essere disposti. Per questa ragione all’interno dell’inventio antica si studiavano anche le differenti parti dell’orazione (exordium, narratio, ecc.) che noi tratteremo nella dispositio.

Nella prossima puntata applicheremo l’inventio ad argomentazioni non di carattere processuale che possono essere di interesse per giovani e adulti, anche nell’ambito scolastico, in modo tale che si possa così cogliere l’attualità dello studio della retorica antica nella scuola odierna. (La nuova bussola quotidiana del 4-3-2024)