La prima prova degli esami di Stato concede allo studente sei ore per lo svolgimento del tema. Di solito, il candidato non sceglie subito la traccia, ma confronta le proposte in modo tale da capire quale sia più corrispondente alle sue capacità e conoscenze. Pochissimi maturandi, però, dopo la scelta, dedicano spazio adeguato alle prime due fasi della retorica (inventio e dispositio), perché si premurano subito di riempire con l’inchiostro la pagina bianca. È un grave errore, come abbiamo visto. Dovrebbe dedicare almeno un’ora delle sei alla scelta degli argomenti e alla loro disposizione.

La narrazione e l’argomentazione sono due parti essenziali nella dispositio. Per gli antichi la narrazione doveva seguire l’ordine naturale degli eventi, improntato quindi alla sequenza cronologica. Solo più tardi, in epoca medioevale, si introdussero analessi (flashback) e prolessi (anticipazione) che rappresentano un ordine artificiale.

L’argomentazione, fase in cui si dimostra la tesi, può seguire tre disposizioni differenti: le prove possono essere presentate in ordine crescente (così da accrescere sempre più l’interesse dell’uditorio o del lettore), in ordine decrescente (così da conquistare fin da subito l’attenzione) o in ordine omerico o nestoriano (in cui gli argomenti più significativi sono disposti all’inizio e alla fine, mentre quelli meno importanti sono collocati in centro), così denominato perché nel IV libro dell’Iliade Nestore dispone le truppe meno forti al centro dell’esercito.

Non è certo un caso che nella Retorica di Aristotele largo spazio sia dedicato alle prime due fasi, mentre la terza, chiamata elocutio, occupi solo una parte del III libro. Anche nell’Institutio oratoria Quintiliano riserva più spazio alla fase dell’inventio piuttosto che all’elocutio.

Nel tempo è cresciuta l’importanza di quest’ultima, soprattutto a seguito della crisi della retorica e della sua deriva verso atteggiamenti sempre più virtuosistici e inclini a performance sensazionali, prive, però, di valore morale, politico o pubblico.

Dopo la fase della stesura dello schema, il retore si accinge a scrivere perseguendo le virtù dell’espressione, che sono quattro. La prima è la convenienza (convenientia) o appropriatezza o congruenza, consistente nella scelta di espressioni che siano adatte al raggiungimento degli obiettivi. La seconda è la correttezza (puritas) nel rispetto della lingua da un punto di vista grammaticale e lessicale. Segue poi la chiarezza espositiva (perspicuitas): un discorso è efficace non se è scritto in una forma forbita e magniloquente, ma se raggiunge l’obiettivo di comunicare il messaggio in maniera limpida e inequivocabile.

C’è da chiedersi se ancora oggi nella scrittura si persegua la virtù della perspicuitas o se piuttosto in molti settori non si ricerchi la comunicazione solo per pochi eruditi e specialisti. Pensiamo soprattutto all’ambito accademico in cui spesso si confonde il valore del saggio pubblicato con l’arditezza della scrittura comprensibile solo agli addetti al settore. Da sempre le norme retoriche hanno insistito sul fatto che il retore migliore è colui che sa comunicare concetti difficili in maniera comprensibile. Pensiamo al valore di queste considerazioni nell’ambito scolastico e universitario.

L’insegnante capace sa trasmettere la disciplina con discorsi, parole, immagini, esempi che sappiano entrare nella mente del discente. La virtù essenziale di una lezione è la sua chiarezza. Una spiegazione oscura non può colpire uno studente e non raggiunge il suo obiettivo. Una volta ancora, emerge come lo studio della retorica dovrebbe essere propedeutico all’insegnamento non soltanto delle discipline umanistiche, ma anche di quelle scientifiche, come accadeva secoli fa.

La quarta qualità è la bellezza della scrittura (ornatus) conseguibile attraverso l’eleganza lessicale (elegantia), l’uso delle figure retoriche, il ritmo e la fluidità del discorso adeguato (cursus). Terminata la fase della scrittura, lo studente dovrà dedicarsi al labor limae, ovvero la rifinitura.

Ci soffermiamo oggi sull’eleganza lessicale. Sarebbe importante introdurre a scuola lezioni che permettano di acquisire una maggior proprietà lessicale. Vediamo alcuni esempi. Si può introdurre la rubrica Una parola a settimana. Si sceglie un termine e lo si spiega attraverso la storia, l’etimo, le differenti accezioni che può assumere. La parola ha un fascino particolare e i ragazzi sono, per lo più, catturati dalla capacità di comunicare in diversi contesti e secondo vari registri. Si possono presentare alcuni vocaboli che derivano da alcuni personaggi storici o letterari («sadico», «luculliano», «pantagruelico», «masochista», «lapalissiano»).

Possiamo lavorare sui sinonimi facendo capire che essi presentano sempre o quasi sfumature molto significative. Ad esempio, si può mostrare la differenza tra «facondia», «loquacità», «logorrea», «prolissità». I sinonimi appartengono a diversi livelli stilistici: in relazione ai registri possiamo ricorrere all’espressione «prezzo basso», «modico» o «irrisorio». La comicità racchiude in sé tante gradazioni che hanno una loro specificità: il comico puro, l’umorismo, il sarcasmo, la parodia, il caricaturale-grottesco, l’ironia, il parossismo formale, la satira.

Il vocabolario della lingua italiana è costituito per la maggior parte da parole che derivano dal latino e, in secondo luogo, da termini che sono entrati nell’uso della nostra lingua attraverso la dominazione o l’influsso di altri popoli. Grazie alla conoscenza del latino possiamo meglio conoscere il significato dei termini italiani.

Prendiamo l’esempio della parola «vigilia» che in epoca romana era il turno di guardia e, al contempo, la sentinella che faceva il turno la notte: vi erano diversi turni di guardia per permettere anche ai soldati di riposare. Allora la vigilia di Natale non indica solo il giorno prima della festa, ma sottolinea anche l’attesa vigile del compimento di un evento.

Al compleanno si porgono gli auguri. «Augurio» è la cerimonia con cui gli àuguri ricavavano presagi dall’osservazione. Il termine ha la stessa radice del verbo latino «augere» che significa «aumentare, accrescere, sviluppare». Quando facciamo gli auguri a qualcuno, auspichiamo che la sua vita possa essere più ricca di vitalità, di fecondità, di felicità.

L’attività che si può svolgere a livello lessicale a partire dalla conoscenza del latino permette di utilizzare in maniera corretta i sinonimi. Prendiamo, ad esempio, il vocabolo «rinviare», che deriva dal prefisso «re» che indica «di nuovo» e «inviare» che vuol dire «mettere in via» (dal latino tardo). «Rinviare» significa, quindi, «rimandare» o «spostare ad altra data».

Possibili sinonimi di etimo latino sono «dilazionare» (da «dis» e «latus», participio passato di «fero» che significa «portare» ovvero l’azione di portare più in là) e «differire» (sempre da «dis» e «fero», cioè portare). Verbo ancora più elevato per registro è «procrastinare» (da «pro» ovvero «avanti» e «crastinus», cioè «relativo a domani») ovvero in forma letterale «l’azione di rinviare al giorno dopo». «Prorogare» significa «differire nel tempo la scadenza di qualcosa» mentre «ritardare» vuol dire «rimandare a più tardi».

Un’agenda-rubrica raccoglierà il lavoro svolto dallo studente nel corso degli anni.