Un buon esordio che conquisti l’uditorio è fondamentale. A questo inizio convincente deve, poi, seguire un’efficace narrazione o esposizione dei fatti.

In tribunale la narrazione consiste nella ricostruzione delle azioni che permette di discolpare l’imputato o di accusarlo. Essa dovrà essere breve: presentare tutti i fatti principali necessari alla comprensione dell’evento, senza tralasciare informazioni fondamentali e senza inserire note non essenziali. La brevitas si traduce in una via di mezzo tra la prolissità (che tende a ripetere e ad abbondare oltre il dovuto disperdendo l’essenziale) e la laconicità (che non permette di capire a fondo quanto è accaduto).

Cicerone considera una narrazione perfetta quando non c’è nulla da togliere al racconto e nulla da aggiungere. Per questa ragione il massimo retore latino giudica che nessuno debba ritoccare i Commentarii de bello gallico di Cesare, che sono appunti per la realizzazione successiva di un’opera storica, perché sono dotati di lapidarietà, sintesi, brevità espressiva già perfette. Oltre alla brevità, le altre due qualità che devono accompagnare l’esposizione sono la chiarezza e la verosimiglianza. Senza chiarezza (perspicuitas) il retore non può ottenere il fine (fondamentale nella comunicazione) di trasmettere il messaggio.

La verosimiglianza dovrebbe corrispondere alla verità dei fatti raccontati. Il cattivo oratore è, purtroppo, capace di rendere poco credibili anche fatti realmente accaduti. Le indicazioni di Cicerone valgono ancora oggi.

Nel saggio Logic and conversation (1975) il filosofo del linguaggio Paul Grice (1913-1988) propone quattro massime per la conversazione che insistono sui quattro aspetti fondamentali del discorso: la quantità, la qualità, la relazione, il modo. La quantità indica il numero di informazioni che devono essere trasmesse, quanto è bastante alla comprensione esatta, non di più, non di meno. La qualità corrisponde alla verità dei fatti. Nell’antichità molti retori facevano riferimento all’apparenza della verità, mentre Grice insiste solo sull’effettiva verità. La relazione tra i fatti narrati e il tema affrontato esprime la pertinenza dell’esposizione. Infine, il modo in cui il racconto è esposto deve essere improntato alla chiarezza, che rifugge dall’oscurità e anche dall’ambiguità. In altre parole, potremmo anche dire che una comunicazione deve essere: essenziale, ma non priva delle informazioni fondamentali; veritiera ed autentica; pertinente; chiara e non ambigua.

Quando una narrazione è completa secondo Cicerone? Quando l’esposizione risponde alle domande: chi? che cosa? perché? dove? quando? in che modo? con che mezzi? Ricorderete tutti che ancora oggi a chi inizi a scrivere nell’ambito giornalistico viene presentata innanzitutto la regola delle 5 w: what? (che cosa?), who? (chi?), where? (dove?), when? (quando?), why? (perché?). Si aggiunge spesso una h: how? (in che modo?). Queste norme non derivano dal giornalismo anglosassone, come molti scrivono, ma, come abbiamo visto, dall’antica retorica latina. Sono tre le finalità della retorica: informare (docere), piacere (delectare), suscitare partecipazione emotiva (movere). Senz’altro essenziale in una buona esposizione dei fatti sarà la finalità del probare, anche se poi sarà importante anche farsi ascoltare volentieri (piacere) senza annoiare.

Nella narratio possono, talvolta, comparire altre due parti facoltative: la digressione e la partitio (o divisione in parti). La digressione consiste nella momentanea deviazione dal racconto principale per trattare parti aggiuntive, comunque pertinenti al tema. Il ritorno al discorso sospeso deve essere chiaro, privo di asprezze e di discordanze. La partitio è l’enumerazione nella narratio dei punti che verranno trattati nell’orazione. Essa potrebbe presentare anche il risvolto negativo di attenuare l’interesse per il discorso del retore o smorzarne l’effetto sorpresa. Per questo non sempre compare.

Vediamo ora un’esemplificazione di narratio applicata ad un’opera teatrale di Khalil Gibran intitolata Lazzaro e la sua amata. In questo caso la partitio non è una parte distinta della narratio, ma è incorporata all’interno della stessa esposizione.

«Lazzaro e la sua amata è un atto unico, privo di suddivisioni in scene. Sei personaggi (Lazzaro, le sue sorelle Marta e Maria, la madre, il discepolo di Gesù Filippo, il Folle) si muovono su un’angusta scena, il giardino della casa di Lazzaro in Betania nel tardo pomeriggio di lunedì, il giorno seguente la resurrezione di Gesù di Nazareth dal sepolcro.

Nella prima parte dell’opera Lazzaro è assente dalla scena, solo evocato nei discorsi della madre e delle sorelle che riflettono sul suo cambiamento, dopo che è tornato in vita: trascorre gran parte del tempo lontano da casa sulle colline, la sua mente è come altrove.

Nella seconda parte Lazzaro, rientrato dalle colline, non vuole mangiare le lenticchie preparate con premura dalla madre e parla in maniera strana tanto che solo Maria riesce talvolta a carpire il senso dei suoi discorsi. Lazzaro le confida così la nostalgia per l’amata che ha conosciuto quando è morto e si lamenta perché il distacco da quella felicità pura gli crea un senso di insoddisfazione: ormai fatica a vivere la realtà quotidiana. Implora il Maestro, morto crocifisso qualche giorno prima, di rispondere al suo tormento. Scoppiato, poi, in pianto, chiede perdono al Maestro e lo benedice.

Nell’epilogo giunge il discepolo Filippo ad annunciare la resurrezione di Gesù che ora si trova in Galilea. Lazzaro, finalmente, comprende il sacrificio del Maestro, morto e poi risorto, per la Gloria di Dio, capisce che tutto serve a glorificare il Padre. In preda all’esaltazione, Lazzaro parte a testimoniare la buona notizia finché non sarà crocifisso anche lui».