In questi giorni anche i più scettici sulla scuola senza troppe difficoltà non solo troverebbero il bello della scuola, ma forse riconoscerebbero addirittura che la scuola è bella.

Abbiamo chiamato per troppo tempo normalità (banalizzandola così) quella che fino a due settimane fa era la nostra bella quotidianità. E non abbiamo pensato che ciò che chiamavamo normale era semplicemente una conquista ottenuta ormai da qualche tempo, una grande opera possibile per la presenza di tanti che lavorano e cooperano (fatto non scontato), un dono a cui la nostra vita si era assuefatta.

Non c’è nulla di più vero in questa circostanza di emergenza che riconoscere queste ovvietà (nel pregnante senso etimologico latino, da ob e vius ovvero ciò in cui ti imbatti lungo il cammino): il buio della mancanza permette di valorizzare la luce della presenza, nel male e nella prova si può distinguere meglio o meglio percepire l’urgenza di un bene che ti salvi.

Il volto di mia figlia maggiore, spentosi dopo i primi giorni di forzata mancanza dalla scuola, si è riacceso di uno splendido sorriso dopo il primo giorno di scuola a distanza: da quel momento in poi sono ritornati nella sua vita l’appuntamento fisso e l’orario che riproduce nel modo più fedele possibile la tradizionale settimana tra i banchi di scuola.

Anche una madre mi confessava l’altro giorno che aveva visto ritornare il sorriso sul volto della figlia dopo che avevamo avviato nella nostra scuola la programmazione per l’attività didattica on line con orario fisso settimanale in tutte le materie.

E allora, in questi giorni, ritorniamo a prendere consapevolezza che la vita è bella perché è chiamata e responsabilità: chiamata perché qualcuno ti chiama e ti dà un appuntamento (proprio come a scuola dove gli studenti sono convocati per l’appello ad una certa ora); responsabilità, perché rispondiamo ad una presenza nella realtà. Questa risposta si chiama compito: uno dei possibili etimi fa derivare questo termine dal verbo latino complere ovvero riempire, portare a compimento (sottointeso qualcosa che è stato assegnato da altri).

Questa è l’occasione per recuperare una visione più vera della realtà, lontana da quella veicolata da decenni da una società e da una cultura edonistica improntata ad una filosofia della deresponsabilizzazione, dell’allontanamento dalla fatica e dalle conquiste ottenute col sudore (meglio trovare escamotage di qualsiasi natura che ci portino – solo apparentemente – allo stesso risultato), della distrazione e del divertissement (in senso pascaliano).

In questa situazione di stato di emergenza viviamo un paradosso. Le difficoltà ci possono talvolta portare a coltivare i nostri interessi e il nostro giardino, come consiglia un personaggio del Candido di Voltaire, effetto, potremmo dire, di quella ferita che la natura umana porta. La maggior parte delle volte, però, le difficoltà fanno emergere in maniera più chiara il bisogno d’amore dell’uomo: si cerca il conforto nell’affetto, nel volto di un amico, nella vicinanza. Eppure, in queste settimane, la situazione contingente ci costringe a stare più soli, più distanti, meno allietati e confortati dall’amicizia e dalle compagnie. Viviamo il paradosso che l’anziano, l’ammalato, il morente, colui che avrebbe bisogno dell’accompagnamento e della vicinanza magari negli ultimi istanti di vita, rischiano di essere privati proprio del calore umano. Per questa ragione viviamo una sfida particolare, diversa da quelle a cui siamo stati abituati. È una situazione che ha messo in crisi la socialità di tante persone.

La crisi obbligata della socialità non può e non deve essere però una mancanza di umanità. Stare a uno o due metri di distanza con chi s’incontra per strada non coincide con guardarlo con diffidenza: un abbraccio e una stretta di mano di cui siamo privati da qualche giorno possono essere sostituiti da un caloroso sorriso, da una telefonata, da una piacevole chiacchierata. Dell’amore che abbiamo conosciuto e che abbiamo incontrato nessuno ci può privare, se non noi stessi: nessuna sofferenza, nessuna malattia, nessun affanno, nessun virus possono snaturare un animo umano che è nato per amare. Per poter amare bisogna avere speranza, perché, come afferma Leopardi, solo chi non ha smesso di sperare nella propria felicità può ancora sperare nella felicità altrui. E per poter sperare bisogna aver incontrato qualcosa che ci riscatti dal nostro limite e bisogna riconoscerlo.

Ci conforta san Paolo al riguardo:
Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati (Lettera ai Romani 8, 35-37).

In un contesto come quello degli ultimi anni in cui si fa coincidere la scuola con le competenze, le conoscenze, le capacità e l’insegnante è presentato come un mediatore di conoscenze la contingenza attuale fa emergere sempre più chiaramente che l’affettività, l’empatia, il rapporto e il contesto educativo (dato da un luogo, da un maestro, da una proposta) sono la base di tutto. Non è uguale inviare compiti, lezioni da leggere rispetto a conservare un contesto didattico con un appuntamento fisso e un orario, con la figura dell’insegnante che costituisce un riferimento, spiega e interagisce con la classe.

In queste settimane la scuola (il mondo dei docenti e degli studenti) è, perciò, sottoposta ad una tentazione: sedersi e accontentarsi, aspettare inerti o quasi che tutto finisca. La sfida è, invece, questa: attivarsi fin da subito, fin dalla prossima settimana perché la scuola ci sia, anche in queste vicissitudini, con tutti i mezzi e le risorse a disposizione. Noi tutti abbiamo bisogno di un luogo fatto di persone e di proposte: oggi esistono le possibilità per attuare una didattica che non sopperisca soltanto al processo di apprendimento che rischia di essere interrotto e sospeso bruscamente (se la sosta dovesse protrarsi a lungo), ma che offra anche quanto ha bisogno l’essere umano.

Tra noi insegnanti attiviamoci, aiutiamoci, sentiamo gli amici, i colleghi, le persone che hanno avviato percorsi virtuosi con gli studenti. Confrontiamoci e, perché no, imitiamo le proposte più belle già sperimentate, laddove sia possibile.

Non perdiamo questa occasione.

(pubblicato ne La nuova bussola quotidiana dell’8-3-2020)