Che cos’è la felicità per i ragazzi? Un adolescente scrisse un giorno: «Alle volte ho l’impressione di aver raggiunto la massima felicità, ma poi tutto svanisce. Questa è davvero felicità?». Quest’ultima domanda assomiglia molto a quella che un personaggio del romanzo di Ivan Turgenev Padri e figli, Odincova, pone all’amico Bazarov:

Perché anche quando godiamo, ad esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi.

Un altro ragazzo scrisse qualche tempo dopo: «La felicità è essere contenti dell’io, essere apprezzati dagli altri, divertirsi con gli amici, avere tutto quello che può offrirci la vita. Ma si può non essere felici?».

In maniera analoga, Leopardi chiese all’amico Jacopssen in una splendida lettera: «Se la felicità non esiste che cos’è dunque la vita?». Può esistere un’esistenza umana senza felicità, può esistere un uomo che non desideri la felicità?

Il mondo degli adulti sembra essersi scordato questa domanda sostituendola con le risposte possibili: ricchezza, carriera, donne. La questione umana e della felicità viene, spesso, ridotta a un problema fisiologico o chimico o psicologico e a molti appare che esistano delle ricette o delle pillole per la felicità. Nel cinema o nella pubblicità la felicità è quasi sempre associata a uomini ricchi e fascinosi in compagnia di belle donne, come se fosse prerogativa esclusiva di pochi e dono inaccessibile ai più. L’equazione più diffusa e conosciuta nel mondo occidentale è dunque «carriera più soldi più belle donne uguale felicità»: un’immagine, in realtà, confezionata ad arte da un mondo di adulti che cerca di pilotare i bisogni dei giovani per interessi quasi esclusivamente commerciali.

Governare e indurre i bisogni nei giovani significa, infatti, comandarne le menti e i consumi. Il potere muove, così, tante persone che pensano di essere libere, paradossalmente, proprio nel soddisfare quei bisogni con cui sono stati bersagliati a non finire.

Nella realtà dei fatti, poi, l’atteggiamento più comune degli adulti riguardo al problema della felicità è, invece, permeato di un cinismo ben manifesto e talvolta quasi ostentato. Ad esempio, una sera in una trasmissione televisiva dedicata allo scudetto appena vinto dall’Inter furono invitati ospiti importanti del mondo del calcio. Uno di questi era un noto redattore di una testata sportiva. Gli fu posta la domanda su come avesse iniziato l’articolo di fondo del quotidiano sulla vittoria nerazzurra. Rispose: «Credo di aver usato la parola felicità, una parola che un adulto utilizza sempre con molto pudore, ma è come se fossi tornato bambino e allora la pronuncio». Con quale tristezza sentii pronunciare questa parola, come se fosse una bella favola da raccontare all’ingenuità dei bambini, ma quasi innominabile da uno che si reputi adulto e, quindi, da abolire dal vocabolario italiano.

Si può, infatti, sostenere la speranza di felicità propria e altrui solo quando nella vita si è incontrato qualcosa che è in grado di ridestare la domanda perché si è palesato come risposta. Per questo è un segno allarmante dei nostri tempi il fatto che gli adulti abbiano spesso paura delle domande di pienezza e dei sogni dei giovani. Allo stesso modo è, però, motivo di grande speranza l’incontro con uomini che siano lieti. Abbiamo bisogno di uomini assetati di felicità. Abbiamo bisogno di incontrare uomini felici. Tutti al fondo, consapevoli o no, cercano la felicità, anche quei giovani che al sabato sera passano da un locale all’altro e si «sballano» tra l’alcool, la droga e una musica assordante.

Qualche anno fa mi fu assegnata un’ora alternativa di Religione in una classe che, quasi per intero, aveva chiesto l’esonero. Alla prima ora di lezione provai a giocarmi le mie chances domandando ai ragazzi quali fossero le loro aspettative sulla vita, i desideri più profondi nelle loro giornate. Le risposte furono le solite: laurea, carriera, lavoro, ragazza, ecc. Allora li provocai chiedendo loro se non fosse più bello desiderare di essere felici, bramare la felicità sempre e ovunque, rispettando tutta l’ampiezza del desiderio. Su richiesta degli studenti approfondimmo il tema tutto l’anno, lavorando con la letteratura e con il cinema per parlare del desiderio che più urge nell’animo umano.

Il cuore dell’uomo è nato per la felicità, piena e infinita, non ridotta a formule. Ecco perché, non appena qualcuno ha il coraggio di rimetterla a tema, l’attenzione viene tutta catturata dalla domanda di felicità. Quando nel 2006 uscì nelle sale cinematografiche, il film La ricerca della felicità di Gabriele Muccino sbancò i botteghini. Il protagonista del film, interpretato magnificamente da Will Smith, versa in una brutta situazione economica e viene per questo abbandonato dalla moglie. Deve, così, crescere il figlio da solo e cerca un lavoro che gli permetta di vivere in una situazione più agiata. In una scena ripensa alla Dichiarazione di indipendenza di Thomas Jefferson, laddove si citano il diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità.

Allora ripensa tra sé e sé: «Come faceva a sapere che la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciamo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?». Si chiede come mai la parola «felicità» venga citata un paio di volte in un documento simile. Un giorno, il protagonista rimane colpito dai volti sereni e felici di alcuni brokers e decide anche lui di svolgere quella attività. Viene scelto per uno stage al termine del quale solo uno stagista su venti verrà assunto. Ma lui è certo di farcela.

Il film esalta la volontà e lo sforzo umani, l’uomo che non si arrende  e che ottiene ciò che desidera. «Se vuoi una cosa, vai e inseguila», dice il padre al figlio in una scena. «Non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa!».

L’ultimo capitolo del film viene intitolato «Felicità»: il padre ottiene quanto ha perseguito con tutte le sue forze, viene premiato per i suoi sforzi ed è assunto. Per quanto sia positivo che il film esalti sentimenti come quello paterno e l’inesauribile desiderio di compimento dell’uomo, l’accento è posto in maniera esagerata sugli sforzi umani, sulla volontà, sull’eroismo del self-made man, sul raggiungimento dei propri obiettivi, sull’idea che «volere è potere».

Manca senz’altro qualcosa. Altrimenti la questione della felicità riguarderebbe pochi ed escluderebbe i più. Pensate, infatti, al protagonista del film: ce l’ha fatta, con una forte volontà e giocando le sue armi, il fascino, la simpatia, una certa affabilità e scioltezza nei modi, potremmo dire un certo savoir faire. Armi non da poco! In ogni caso, poi – e questa è la questione essenziale – qualsiasi abilità umana rivela la propria insufficienza a rendere felice l’uomo. Nessuno si può dare la felicità da sé.

Ciascuno di noi è una persona che desidera essere felice: l’insegnante come lo studente, i genitori come i figli. Come cambierebbero le scuole se l’adulto come il giovane partisse dal mantenere desta questa brama insopprimibile di felicità nell’azione educativa! Come cambiano le giornate se questa brama, invece di essere soppressa in mille modi, si traduce in una domanda di incontrare luoghi di umanità diversa, più affascinante e più viva, luoghi in cui il nostro io si possa scoprire e rinascere.

Se la nostra domanda è desta, se il nostro cuore è sgombro da incrostazioni, se il nostro sguardo è attento, allora ecco che la realtà ci sorprenderà.