Renzo arriva a Milano l’11 novembre, lo stesso giorno in cui Lucia e Agnese si rifugiano nel convento della Monaca di Monza. Milano è l’unica grande città descritta con dovizia di dettagli nel capolavoro manzoniano. L’autore la conosce bene e il lettore può riconoscere quel nucleo del centro storico che già esisteva nel Seicento. Gran parte della città è mutata dal Seicento all’Ottocento, quando scrive Manzoni. Renzo entra in città attraverso Porta orientale (oggi Venezia), giunge alla Corsia dei Servi (Vittorio Emanuele), poi, ad una piazzetta (l’attuale Piazza Cordusio) e alla casa del Vicario di provvisione. I movimenti di Renzo per la città sono accurati sia la prima volta quando il protagonista si reca in città durante la carestia del 1628 che la seconda volta nell’agosto del 1630 alla ricerca di Lucia.

Quando si inurba, il giovane sembra proprio come il montanaro che giunge in città, di dantesca memoria. Palesa tutta la sua ingenuità quando vede gran copia di farina e di pane sparsi per terra e pensa di essere giunto nel paese della cuccagna. Mette in tasca dei panini senza neppure presagire quanto gli accadrà quel giorno. In realtà, se avesse ascoltato i consigli di fra Cristoforo, non gli sarebbe successo nulla, poiché sarebbe rimasto nel convento di San Babila ad aspettare l’arrivo del frate cappuccino cui era destinata la lettera: Padre Bonaventura. Invece, l’ingenuità, la fretta, l’impazienza e un’eccessiva curiosità lo inducono a vagare per Milano. La prima scena che lo colpisce è quella di una famiglia un po’ insolita.

«Erano un uomo, una donna e, qualche passo indietro, un ragazzotto; tutt’e tre con un carico addosso, […] superiore alle loro forze, e tutt’e tre in una figura strana. I vestiti o gli stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; e andavano, non solo curvi, per il peso, ma sopra doglia, come se gli fossero state peste l’ossa. L’uomo reggeva a stento sulle spalle un gran sacco di farina, il quale, bucato qua e là, ne seminava un poco, a ogni intoppo, a ogni mossa disequilibrata. Ma più sconcia era la figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi; e di sotto a quel pancione uscivan due gambe, nude fin sopra il ginocchio, che venivano innanzi barcollando. Renzo guardò più attentamente, e vide che quel gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo, con dentro farina quanta ce ne poteva stare, e un po’ di più; dimodoché, quasi a ogni passo, ne volava via una ventata».

Poco più tardi la presenza di una folla inferocita, che assalta i forni, ruba il pane e la farina, svela la triste realtà a Renzo. La carestia è reale e la ferocia della massa non risparmia nessuno, né i poveri fornai, accusati di nascondere il pane, né il Vicario di provvisione, percepito erroneamente come il vero responsabile della situazione. Ora da lui si stanno tutti dirigendo i popolani per immolarlo come un capro espiatorio. Straordinaria è la capacità di Manzoni di rappresentare la ferocia animalesca del popolo, assetata di sangue. L’uomo perde la sua individualità e il suo cuore, quando si fa prendere dall’istintività della moltitudine. Renzo, che pur è un istintivo e un passionale, non si sente di appartenere a questa furia omicida e cerca in tutti i modi di opporvisi, a rischio di essere preso per una spia in mezzo alla folla. Un vecchio vorrebbe crocefiggere il Vicario. La folla si agita sempre più e spinge per entrare nell’abitazione del poveretto, che si è rintanato nell’angolo più nascosto della casa, aspettando la fine inevitabile e giurando fra sé che, qualora fosse scampato, avrebbe senz’altro dato le dimissioni dall’incarico. Sopraggiunge in quel momento il Governatore Ferrer, che gode di grande stima presso il popolo e spende la sua notorietà per salvare il Vicario. Il narratore lo fa parlare in italiano dinanzi al popolo e in spagnolo di fronte al Vicario (perché possa intendere soltanto lui). Il duplice registro linguistico spagnolo/italiano sottolinea la divergenza verità e finzione.

Una volta che il vicario è portato in salvo, in maniera ingenua Renzo parla dinanzi alla folla come se stesse arringando, palesa di conoscere le grida (in realtà ne ha sentito parlare dall’Avvocato Azzeccagarbugli) e le leggi varate per punire i colpevoli, ma afferma che esiste una «lega» di potenti che si oppone all’attuazione delle leggi. L’unica persona davvero fidata sarebbe il Governatore Ferrer, uomo giusto, che sta dalla parte del popolo. Il discorso di Renzo, facilmente equivocabile, è frainteso da una spia presente tra il popolo. Con l’inganno l’uomo si offre di accompagnare il popolano ad una vicina osteria, pensando, in realtà, di portarlo direttamente in prigione. Renzo, affamato, si ferma all’Osteria della Luna piena dove mangia in compagnia dell’ospite sconosciuto. Manca il pane per accompagnare lo stufato. Renzo ne conserva un po’ dalle provvigioni del mattino. È un segno inequivocabile della partecipazione del giovane ai tumulti della giornata. Ingenuamente Renzo si ubriaca e alla fine confessa la sua identità alla furba spia. L’osteria, già presente nella notte degli imbrogli, ricompare ora la giornata dei tumulti di San Martino. Due momenti fortemente drammatici della storia. Non è un caso. Infatti, l’osteria rappresenta nel Seicento (secolo nel quale è ambientata la vicenda) il mondo stesso, un luogo in cui apparentemente tutte le persone sono dabbene, ma, in realtà, nascondono inganni. La stessa figura dell’oste non è persona fidata. In tutti i modi, anche se invano, cercherà di carpire le informazioni all’ospite, quando si avvede della presenza della spia. Vuol far rispettare le leggi, solo perché è preoccupato di incorrere lui stesso in inadempienze.

La mattina seguente (12 novembre) Renzo sarà svegliato dal notaio criminale, accompagnato da sbirri, che, mentre lo accompagnano in carcere, impauriti dal tumulto che si sta riformando, gli raccomandano di comportarsi con cautela e tranquillità. Renzo coglie l’occasione di gridare che lo stanno accompagnando in carcere, pur se innocente, per l’assalto ai forni del giorno precedente. In questo modo sbirri e notaio criminale devono scappare per non cadere in balìa della folla. Il giovane uscirà da Milano dalla stessa Porta Orientale da cui è uscito, percorrerà strade secondarie per passare inosservato, si fermerà a mangiare un boccone in un’osteria di Gorgonzola, ormai vicino al Confine con il territorio veneziano, che per lui rappresenta la salvezza. Interrogato dall’oste, questa volta Renzo non risponde, si mostra più furbo come se avesse in parte imparato la lezione. Ascoltando i discorsi di un mercante che è appena giunto da Milano apprende che anche il 12 novembre la folla ha cercato di assaltare la casa del Vicario, ma ha dovuto desistere trovando la strada sbarrata. I forni sono stati nuovamente assaltati, ma la polizia ha arrestato i caporioni della rivolta, salvo uno, che è riuscito a fuggire e che, nel caso in cui fosse arrestato, sarà impiccato. Comprendendo la gravità della sua situazione, Renzo si allontana quanto prima dall’osteria e si avvicina all’Adda. Riposa quella notte in una capanna vicino al fiume, ove fatica a prendere sonno, perché si affollano in lui le immagini di tutti i volti che ha incontrato quel giorno: «il mercante, il notaio, i birri, lo spadaio, l’oste, Ferrer, il vicario, la brigata dell’osteria, tutta quella turba delle strade, poi don Abbondio, poi don Rodrigo: tutta gente con cui Renzo aveva che dire».

Cerca di concentrare la sua memoria solo sui volti delle tre figure fondamentali nella sua vita: Lucia, Agnese e Fra Cristoforo «e due principalmente, molto differenti al certo, ma strettamente legate nel cuore del giovine: una treccia nera e una barba bianca». La vera moralità consiste nel far memoria delle persone che sono fondamentali per la nostra vita, nelle quali risiede la nostra massima soddisfazione. Forse, ora, per la prima volta in quelle due giornate, aveva richiamato alla mente i volti buoni delle persone che gli volevano bene. Fosse accaduto prima, quasi certamente Renzo non si sarebbe messo in quei guai seri. Solo a quel punto Renzo riacquista la speranza e riesce ad addormentarsi.

Il narratore mostra tutta la sua comprensione e simpatia per il giovane: «Che notte, povero Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E dopo qual giornata! E per arrivare a qual domani, a qual serie di giorni! «Quel che Dio vuole, – rispondeva ai pensieri che gli davan più noia: – quel che Dio vuole. Lui sa quel che fa: c’è anche per noi. Vada tutto in isconto de’ miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo!». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 23-3-2014)