Più tardi Dante utilizzerà l’immagine dei pellegrini nella Commedia laddove descrive la prima bolgia dell’ottavo cerchio, Malebolge. Quivi si trovano ruffiani e seduttori che camminano in senso contrario proprio come durante il giubileo quando, per facilitare l’afflusso della folla, il ponte di Castel Sant’Angelo viene diviso in due da una transenna e

 

da l’un lato tutti hanno la fronte

verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro,

da l’altra sponda vanno verso ‘l monte.

 

Il narratore inglese Geoffrey Chauser (1343-1400) porrà dei pellegrini come protagonisti  dei Canterbury tales. In viaggio verso il santuario di san Tommaso Beckett, raccontano delle novelle all’andata e al ritorno. Sono questi pellegrini i migliori interpreti della convinzione medioevale di essere tutti in viaggio verso la vera patria, quella celeste.

L’anima più autentica del Medioevo è, quindi, rappresentata dal movimento, non solo dei pellegrini, ma anche dei monaci che si muovono per tutta Europa evangelizzando, costruendo monasteri, diffondendo il verbo di Cristo. Ovunque arrivano, coltivano i campi, trasmettono la cultura antica, diventano un polo di aggregazione per la gente che abita vicino al monastero. Decine di migliaia di monaci animano la vita dell’Alto Medioevo e della prima parte del Basso Medioevo.

“Esistono infatti elenchi, Libri della vita come a volte venivano chiamati, nei quali si appuntavano i nomi dei monaci defunti e che venivano spediti a confratelli di monasteri spesso lontani affinché pregassero fra loro. Una pratica carica di pietas, che avvicinava vere e proprie potenze monastiche distanti nello spazio, ma evidentemente vicine nel carisma”.

Uno di questi monaci merita una particolare menzione, colui che venne definito Ermanno il rattratto o lo storpio, venerato dopo la morte come beato nella tradizione cattolica. Alla nascita la famiglia aristocratica vorrebbe liberarsi di lui, viste le sue condizioni di salute e fisiche, ma poi decide di affidarlo alle cure del monastero di Reichenau. Nel riconoscimento della sua dipendenza da un Mistero amorevole Ermanno compie tutta la sua umanità, riconosce che nel suo corpo rattrappito sono presenti dei talenti che non tiene per sé, ma mette al servizio degli altri. Ermanno si istruisce, diviene autore di preghiere, tra cui la bellissima  Salve Regina, e di trattati. Lui stesso è punto di riferimento per tutto il monastero e per l’intera cristianità. Nel dialogo col Papa, così come ce lo racconta lo scrittore Davide Rondoni nel romanzo Hermann, il povero monaco esclama:

“La nostra debolezza umana… È così semplice. Sì, fa piangere e ridere. Io non so come aiutarti, padre. Ormai sono stanco, e quel che potevo l’ho scritto in pagine che il tempo forse disperderà… Sono l’ultimo dei ciuchi di Cristo, cosa posso fare per te che hai un peso così grande sulle spalle?”

A tali parole

“il Papa guarda l’omuncolo di cui ormai si parla come «miracolo dell’epoca». Gli guarda le mani contratte. Forse anche la Chiesa intera deve lottare e vivere con un corpo che è rattratto e però è anche un miracolo?”

Ermanno è esempio limpido di come l’uomo diventi strumento di fecondità, di cultura e di nuova umanità quando riconosce che Dio ci ha amati nonostante il nostro niente e la nostra fragilità. Un afflato poetico percorre le righe del romanzo che in maniera delicata e lirica ci fa percepire anche il respiro faticoso di Ermanno e la sofferenza fisica e affettiva che l’ha accompagnato fin dalla nascita. Il romanzo commuove, ad esempio nella scena in cui Ermanno viene informato della morte della madre oppure quando parla all’abate della sua preferenza per l’amico monaco Bertold, l’unico che sappia leggere «i suoi silenzi». Nella coscienza che Dio ci ha amati da sempre Ermanno vive con pienezza tutta la sua umanità e il grido che alberga nel suo cuore.  Ancor oggi venerato come beato, è «l’emblema stesso della santità cattolica».