Proprio grazie alla filosofia la civiltà occidentale prese «una direzione completamente differente rispetto a quella orientale» e

“gli Orientali, allorché vollero beneficiare della scienza occidentale e dei suoi risultati, hanno dovuto far proprie alcune categorie della logica occidentale. Infatti la scienza non è possibile in ogni cultura. Esistono idee che rendono strutturalmente impossibile il nascere e lo sviluppo di determinate concezioni, e addirittura idee che proibiscono l’intera scienza nel suo complesso. […] È stata la filosofia, in funzione delle sue categorie razionali, a rendere possibile la nascita della scienza e, in un certo senso, a generarla”(G. Reale).

 

 

Oltre alla filosofia, anche l’arte greca segnerà in maniera indelebile il cammino futuro della cultura mondiale. L’apogeo dell’arte greca raggiunto nell’età di Pericle nel V secolo a. C. diventerà addirittura sinonimo stesso di classicità.

Tra le prime testimonianze letterarie di questa civiltà senza dubbio le più significative sono quelle dateci dai Poemi omerici. Nella tradizione omerica il destino dell’uomo dopo la morte è comune. Prodi eroi ed empi sono accomunati dallo stesso destino di tenebre e diventano pallida effigie di quanto furono in vita. Meglio esser un servitore ancora in vita che un grande eroe morto, dirà Achille, il più grande e valoroso, ad Ulisse che riesce a vedere la condizione delle anime nell’aldilà. Quando un uomo muore, più che l’anima è lo spirito vitale a fuoriuscire dal corpo e a trasmigrare nel luogo delle ombre.

 

Il vero uomo, per Omero, rimane solo quello visibile. Il cadavere, e non la psyche, è ciò che resta del vero uomo. E per questo il cadavere insepolto, o lasciato in pasto agli uccelli del cielo, alle fiere della terra o a i pesci del mare, costituiva la maggior sciagura dopo la morte.

 

Questa visione è comune alla visione greca per molti secoli, fino all’arrivo di Socrate. «Mai labbro pronunziò così questa parola»: anima.

 

Quando Socrate in Platone pronuncia la parola «anima» vi pone sempre un fortissimo accento e sembra avvolgerla in un tono appassionato e urgente […]. Per la prima volta nel mondo della civiltà  occidentale, ci si presenta quello che noi oggi ancora chiamiamo con la stessa parola […]. La parola anima per noi, in grazia delle correnti spirituali per cui è passata alla storia, suona sempre con un accento etico e religioso […], ma questo alto significato essa lo ha preso per la prima volta nella predicazione morale di Socrate.

 

Da Socrate questo insegnamento passa all’allievo Platone. Nei due grandi filosofi greci l’anima coincide con la «coscienza pensante e operante», «con l’io consapevole», «con la personalità intellettuale e morale». L’anima appare nettamente distinta dal corpo che è la prigione, come leggiamo nel dialogo platonico intitolato Fedone:

 

Fino a quando avremo un corpo e la nostra anima sarà invischiata a una simile bruttura, noi non giungeremo mai a possedere ciò che desideriamo, cioè la verità. Infatti il nostro corpo ci procura infiniti fastidi perché necessariamente dobbiamo nutrirlo e, se poi ci capitano addosso le malattie, queste ci distolgono dalla ricerca della verità. Inoltre, esso ci colma di amori, desideri, timori, visioni fallaci di ogni genere […]. Esso poi produce guerre, discordie e liti  con le sue passioni.

 

E ancora:

 

Quelli che amano il sapere sanno bene che la loro anima è come legata, anzi interamente avvinta al corpo, costretta a indagare la realtà attraverso il corpo, come attraverso un carcere […]. L’anima del vero filosofo sa di non doversi opporre alla liberazione dai sensi e, perciò, si tiene lontana dai piaceri terreni, dai desideri, dagli affanni, dai timori.

 

Con Platone si affermerà la prospettiva di un destino differente per le anime dei malvagi e per quelle dei giusti, destinate a godere di un premio per l’eternità.

In Aristotele, seguace in gioventù di Platone, verrà superata l’antitesi platonica tra anima e corpo. Lo Stagirita  affermerà, infatti, che l’uomo è sinolo, cioè unione, tra anima e corpo. L’anima può essere vegetativa (sorgente della vita a livello biologico), sensitiva (presiede all’attività dei sensi) e intellettiva (alla base dell’attività razionale). Aristotele distingue, poi, l’anima intellettiva in passiva (ricettiva) e attiva (che pensa e ragiona). Solo l’anima intellettiva attiva è immortale, sia essa individuale o unica a seconda delle interpretazioni.

Con Socrate, Platone e Aristotele, tra il V e il IV secolo a. C. in Grecia, matura una coscienza dell’uomo nuova. Siamo ormai alle soglie dell’epoca cristiana, si sta avvicinando la pienezza dei tempi quando il Logos si rivelerà assumendo un volto umano. I tempi sembrano ormai maturi.

In corrispondenza di questa idea di uomo, accompagnato da uno straordinario sviluppo delle arti quale mai si era conosciuto nelle civiltà precedenti, si diffonde in Grecia un ideale educativo ispirato alla Kalokagathia, cioè alla bellezza esteriore e alla nobiltà d’animo, alla formazione della mente combinata con l’esercizio fisico. Scrive, infatti,  Tucidide: «Amiamo il bello senza esagerazione e la cultura senza mollezza». La semplicità e l’equilibrio vengono riconosciuti come tratti distintivi della bellezza greca. Per i Greci il «bello» non può prescindere dalla virtù pratica e concreta della «sanità mentale che si traduce nell’equilibrio pratico». La dimensione estetica concerne, così, il piano più ampio dell’educazione integrale della persona in modo che ad Atene

 

il singolo individuo […] può essere disponibile, e sufficiente, alle più svariate attività, con la massima versatilità e disinvoltura.

 

Nell’eroe, bello nel corpo, formato dagli esercizi e disposto a morire per la polis o per la gloria, si trova questa mescolanza di bellezza esteriore ed interiore (moralità). Gli eroi sono, spesso, espressione chiara di questo modello di educazione e di esemplarità umana. I Greci che credevano in dei non certo irreprensibili crearono nella letteratura figure granitiche, coerenti, la cui eroicità era ben più dignitosa della capricciosa immortalità divina.

Soggetto alla Moira o destino, l’uomo greco non conosce, però, quella piena libertà di cui è testimone la successiva tradizione cristiana. Molto spesso vorrebbe compiere il bene, ma il destino lo porta a compiere proprio quel male che non vorrebbe. Nella produzione tragica di Euripide l’attenzione si sposta su un’analisi più accurata dell’interiorità umana e il poeta scorge l’incapacità dell’uomo a compiere il bene, pur conoscendolo. L’intellettualismo socratico che attribuisce il male dell’uomo ad un’ignoranza del bene sembra ormai superato.

Nella tradizione letteraria greca grandi eroi hanno combattuto per la patria con la loro forza erculea, abbinata ad un comportamento irreprensibile. Così nell’Iliade, poema omerico dedicato alla guerra degli Achei contro Troia, ci appare Achille, eroe fortissimo, imbattibile, con la sola debolezza del tallone. Così ci appare Aiace Telamone, il secondo più grande nel campo greco, colui al quale erano destinate le armi di Achille dopo la morte. Le armi gli furono, però, sottratte con l’inganno da Ulisse, il personaggio greco che ha più prolungato la sua fama nei secoli successivi fino ad oggi, fino alle rivisitazioni di Joyce e Pascoli o alle sceneggiature cinematografiche. La sua fama così duratura nella Modernità è forse legata al fatto che Ulisse incarna atteggiamenti per così dire già moderni, improntati a furbizia, individualismo, intelligenza, pragmaticità. È l’emblema stesso dell’ingegno, ma nel contempo della capacità di sopportazione, della forza militare, della curiosità, della diffidenza, della pazienza. È la figura

 

più ricca di umanità che la poesia greca abbia creato, nella sua ricchezza singolarissima di prudenza e di coraggio, di curiosità e di intelligenza, di generosità impetuosa e di calcolata freddezza, di lucidità e di cautela, di prontezza sicura e di ostinazione, di fiducia e di dubbio, di caldissima e mobilissima astuzia (Bosco- Reggio).