Ne I pensieri, però, Pascal parla anche ai razionalisti che non credono e che tendono ad applicare la propria misura a Dio, che è infinito e non misurabile. Avvalendosi di un fine ragionamento proprio per interloquire con il pubblico prescelto, Pascal presenta la celebre “scommessa” sull’esistenza di Dio. Scrive: «Niente è così importante per l’uomo quanto il suo stato; niente gli è tanto temibile quanto l’eternità. E quindi non è affatto naturale che si trovino degli uomini indifferenti alla perdita del loro essere e al pericolo d’una eternità di miserie». Eppure, i più rimangono indifferenti rispetto al problema dell’eternità, taluni addirittura si compiacciono nell’affermare che nulla sopravvive alla morte. La maggior parte degli uomini teme anche le cose più insignificanti, non dorme per la paura di perdere dei beni, ma non si preoccupa per l’eternità: «Essi sono nel pericolo d’una eternità di miserie; e, come se la cosa non ne valesse la pena, trascurano di esaminare se si tratta di una di quelle opinioni che il volgo accetta con troppa credula facilità oppure di una di quelle che, pur essendo oscure per se stesse, hanno un fondamento solidissimo, sebbene nascosto». 

Si gioca una partita in cui è necessario puntare, testa o croce, l’eternità o il nulla: «Voi avete da perdere due cose: il vero e il bene, e due cose da impegnare: la vostra ragione e la vostra volontà, […] e la vostra natura ha due cose da fuggire: l’errore e la miseria. La vostra ragione non riceve maggior danno scegliendo l’uno piuttosto che l’altro, perché bisogna necessariamente scegliere […]. Ma la vostra beatitudine? Valutiamo il guadagno e la perdita, scegliendo croce, cioè l’esistenza di Dio, […]. Se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare». 

Se l’uomo scommette sull’esistenza di Dio, può guadagnare «un’infinità di vita infinitamente beata». Nel contempo, scrive Pascal ai non credenti, abbiamo «una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita e quel che rischiate è qualcosa di finito. Questo tronca ogni incertezza: dovunque ci sia l’infinito, e non ci sia un’infinità di probabilità di perdere contro quella di vincere, non c’è da esitare: bisogna dar tutto».

Pascal vuole difendere la ragione e mostrare la ragionevolezza della scommessa. Ciascun giocatore scommette, infatti, un bene finito per un guadagno finito senza «peccare contro la ragione». Ebbene, in questo caso, però, il guadagno è addirittura infinito. A chi volesse controbattere che nella scommessa dei non credenti non c’è libertà Pascal replica che la loro ragione riconosce la bontà della fede, sono, invece, le passioni a contrapporvisi. Bisogna, quindi, diminuire quelle passioni che allontanano. Si chiede Pascal: «Qual male vi capiterà prendendo questo partito? Sarete fedele, onesto, umile, riconoscente, benefico, amico sincero, veritiero. […] Vi dico che in questa vita ci guadagnerete; e che, a ogni passo che farete in questa via, scorgerete tanta certezza di guadagno e tanto nulla in quanto rischiate, che alla fine vi renderete conto di avere scommesso per una cosa certa, infinita, per la quale non avete dato nulla».

Pascal è ben cosciente che la fede non nasce da un discorso o da un ragionamento. Vuole, però, mostrare a quegli uomini che pretendono di misurare ogni dimensione della realtà la bontà della posizione «vive ut Deus daretur» ovvero «vivi come se Dio esistesse». Già su questa Terra si ottiene il centuplo e, poi, l’eternità. Pascal ha a cuore la salvezza di tutti. Da qui deriva il suo scrupolo missionario di andare a recuperare i più lontani dalla fede, anche avvalendosi del linguaggio a cui sono abituati. (La Nuova Bussola quotidiana del 25-9-2016)