Risultati immagini per la bottega dell'oreficeIl matrimonio come via alla santità, al pari della vocazione alla verginità, è l’assunto centrale della Bottega dell’orefice, il magnifico testo teatrale di San Giovanni Paolo II, scritto nel 1960, quando Karol Wojtyla era ancora Vescovo di Cracovia.

La commedia ha una struttura tripartita. I tre atti si intitolano «I richiami», «Lo sposo», «I figli». Tre dialoghi tra altrettante coppie si succedono secondo il ritmo paziente della coscienza che riflette sul passato e sulle scelte decisive per l’esistenza. Un personaggio accomuna le tre storie, quell’orefice che non prende mai direttamente la parola, che rappresenta la voce della legge naturale, il richiamo della coscienza, ma ancor più, credo, Gesù Cristo stesso, Colui che ha costituito il matrimonio sacramentale. La verità delle sue parole è rievocata solo nei dialoghi delle coppie.

Karol Wojtyla ci vuole comunicare come l’amore coniugale sappia unire ciò che è diviso, possa riempire di una presenza il desiderio umano e la domanda di compiutezza. L’unico amore che sa raccogliere in un solo volume, per usare le parole di Dante nel canto XXXIII del Paradiso, ciò che naturalmente è disperso, è l’amore di Dio. Ecco perché quando Karol Wojtyla descrive il rapporto coniugale come unità sta alludendo al mistero sacramentale del matrimonio. Nel matrimonio, il segno coincide con il Mistero, nell’unità degli sposi è presente Colui che rende possibile questa unità. Ciò che non è possibile agli uomini in Dio è possibile. Ora c’è un’analogia tra quell’amore umano così fragile, che lega un uomo e una donna nel matrimonio fino all’accoglienza dei figli, all’amore del Dio cristiano trinitario. Le fedi portate al dito «saranno loro a segnare il nostro destino. Ci faranno sempre rievocare il passato come fosse una lezione da ricordare. Ci spalancheranno ogni giorno di nuovo il futuro allacciandolo con il passato. E insieme, in ogni momento, serviranno a unirci invisibilmente come gli anelli estremi di una catena».

Nel primo atto sono presentati i primi due protagonisti, Andrea e Teresa, due giovani che si promettono per l’eternità. La donna ricorda la proposta di matrimonio avanzatale dal fidanzato che non le chiese «vuoi essere mia moglie?», ma «vuoi essere la compagna della mia vita?». Teresa avverte la profondità della domanda che allude alla «strada senza fine» prospettata nel caso in cui la sua risposta sia affermativa. «La risposta» comprende Teresa «fu quasi scontata». Quando due decidono di sposarsi avvertono la naturalezza del promettersi per l’intera esistenza. Il dubbio e la paura non posso offuscare il desiderio evidente di rimanere insieme per sempre. Per questo l’esperienza umana dell’amore è quanto più ci avvicina alla condizione divina, nell’esperienza dell’amore l’uomo prende parte della natura divina. Non c’è parola, pronunciata in nome dell’amore, che possa avere una ristrettezza temporale o un limite spaziale. Nessuno potrebbe proferire con verità parole d’amore alla propria donna se non con il desiderio che esse abbiano valore per l’eternità. Ciò che è per poco tempo è fasullo, non dura, perché il sigillo della verità è la persistenza nel tempo. Eppure tanta cultura contemporanea sprona a vivere solo l’istante seguendo un becero e superficiale carpe diem («cogli l’attimo»).