Ecco la ragione per cui per tanti secoli gli Ebrei hanno creduto che con la morte del corpo finisse tutto in una prospettiva lontana dalla concezione platonica di sopravvivenza dell’anima e di premio per i giusti. Il giusto, colui che rispetta la legge consegnata direttamente da Yahweh a Mosè, riceve il premio già in questa vita, tramite ricchezza e figli. L’empio cadrà nella povertà, la sua moglie sarà sterile. Dal rispetto della legge deriva, invece, la prosperità di Israele. L’ebreo vive nella coscienza di questo rapporto privilegiato con Yahweh (Dio, «io sono colui che sono») che non può essere rappresentato e il cui nome è impronunciabile. Yahweh non verrà mai meno alla santa Alleanza con il popolo eletto, nonostante tutti i tradimenti in cui possa cadere. Nell’antichità proprio questo rigoroso monoteismo distingueva gli Ebrei dagli altri popoli. Anche quando si mescolavano ad altre genti, gli Ebrei conservavano la fedeltà alla legge (Torah) e all’unico vero Dio, rifiutandosi di sacrificare agli altri dei. Certo, nella storia del popolo eletto non mancano cedimenti e tradimenti. Ai profeti spetterà il compito di richiamare il popolo alla fedeltà.

 

Per molti secoli gli Ebrei hanno creduto che non esistesse dopo la morte un premio per i giusti e un castigo per gli empi, perché tutti finiscono nell’Ade o Inferi o Sheoul. La sorte dei morti sarebbe, quindi, comune, in maniera molto simile alla concezione omerica. Col tempo, però, questa visione muta. Infatti, l’affermazione che il premio del giusto viene dato in questo  mondo appare sempre più infondata, di fronte a quanto accade nella realtà. Troppe sono le situazioni in cui si presentano casi di giusti sofferenti. Allora, dapprima si fa strada l’opinione che il giusto possa spesso patire per le colpe dei genitori fin quando il profeta Ezechiele (VI secolo a. C.) arriverà ad affermare con chiarezza che la responsabilità morale è personale.

Poi, nei secoli che precorrono l’avvento del Messia inizia a farsi largo nella religiosità ebraica la convinzione che l’anima sopravviva al corpo e che vi sia un destino diverso per i giusti e per gli empi. A partire dal II secolo a. C. si sviluppa una vasta corrente di letteratura apocalittica.

«Un susseguirsi sempre crescente di calamità, nazionali e cosmiche, è il preludio necessario al giorno dell’Eterno, che vedrà lo sterminio dei cattivi, il ritorno dei giudei della Dispersione in una Palestina ormai liberata  e l’avvento di un’era di prosperità, di pace, di giustizia, di letizia, in una Gerusalemme più gloriosa che mai: un vero e proprio ritorno alla felicità paradisiaca delle origini. Sono queste le caratteristiche essenziali dei tempi messianici ai quali le apocalissi assegnano generalmente una durata determinata. […] Questo tuttavia non è che il primo atto dell’era escatologica propriamente detta. […] Al limite di questi ultimi tempi si colloca la resurrezione sia dei giusti soltanto, sia di tutti gli uomini; in quest’ultimo caso il Giudizio Finale dividerà buoni e cattivi, votando i primi alla beatitudine eterna, i secondi alla dannazione eterna o all’annientamento. […] Secondo una concezione in quell’epoca molto diffusa, i defunti conoscevano già, in Inferno o in Paradiso, il tormento o la felicità. Per questo aspetto, limitatamente alla sorte dei beati, il pensiero giudaico si avvicina all’idea greca di immortalità. Ma per la maggioranza dei giudei la nozione di un’anima completamente e per sempre privata del corpo, sia pure un corpo non di carne, era difficile da ammettersi. Per questo prevalse […] nel giudaismo […] l’idea di una resurrezione universale dei giusti e dei peccatori, separata dalla morte corporale da uno stato intermedio di attesa» (Ravasi).