Quando mi capita  di chiedere agli studenti: “Perché ci si alza al mattino? Qual è la cosa per voi più importante della vita? Qual è la cosa che desiderate di più, il fuoco che arde quando vi muovete nelle vostre tante attività?”, raramente mi accade di sentir nominare la parola felicità. È un termine censurato, innominabile, di cui si prova paura,  a cui si rinuncia. Dei giovani, a diciotto anni, non possono già aver rinunciato alla ricerca della felicità, non si possono già essere arresi. Spesso, però, i discorsi  dei più  rivelano come la domanda sia già stata rimpiazzata da risposte, per lo più “recuperate” dal mondo degli adulti, in cui raramente  si discute della felicità. Anzi, spesso sono gli stessi adulti che, non avendo una risposta, scettici o già accomodati, mettono subito a tacere le domande dei figli, come se fossero inopportune e adolescenziali.

Nel panorama  cinematografico o pubblicitario la felicità è quasi sempre accoppiata a uomini ricchi e fascinosi in compagnia di belle donne, come se fosse prerogativa esclusiva di pochi e dono inaccessibile ai più. L’equazione più diffusa e conosciuta  nel mondo occidentale è dunque “carriera più soldi più belle donne uguale felicità”.  Questa immagine viene, in realtà, confezionata ad arte da un mondo di adulti che cerca di pilotare i bisogni dei giovani per interessi direi quasi esclusivamente commerciali. Governare e indurre i bisogni nei giovani significa, infatti, comandarne le menti e i consumi. Il potere muove, così, tante persone che pensano di essere libere, paradossalmente, proprio nel soddisfare quei bisogni con cui sono stati bersagliati a non finire.  Nella realtà dei fatti, poi, l’atteggiamento  più comune degli adulti riguardo al problema della felicità è, invece, permeato di un cinismo ben manifesto e talvolta quasi ostentato.

“Quid animo satis?”, cioè “che cosa può bastare all’animo umano?”.Il cuore dell’uomo è nato per la felicità, piena ed infinita, non ridotta a formule. Ecco  perché, non appena qualcuno ha il coraggio di rimetterla a tema, l’attenzione di molti o forse dei giovani o di chi si sente ancora giovane sobbalza e rimane in ascolto, forse cercando la formula o la regola d’oro.

Quando nel  2006 è  uscito il film “La ricerca della felicità” di G. Muccino, ha sbancato i botteghini. Il protagonista del film, interpretato magnificamente da Will Smith, versa in una brutta situazione economica e viene per questo abbandonato dalla moglie. Deve, così, crescere il figlio da solo e cerca un lavoro che gli permetta di vivere in una situazione più agiata. In una scena ripensa alla Dichiarazione di indipendenza di Thomas Jefferson, laddove si citano il diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Allora ripensa tra sé e sé : “Come faceva a sapere che la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciamo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?”. Si chiede come mai la parola “felicità” venga citata un paio di volte in un documento simile. Un giorno, il protagonista rimane colpito dai volti sereni e felici di alcuni brokers e decide anche lui di svolgere quella attività. Viene scelto per uno stage al termine del quale solo uno stagista su  venti    verrà assunto… Ma lui è certo di farcela.

Il film esalta la volontà e lo sforzo umani, l’uomo che non si arrende  e che ottiene ciò che desidera. “Se vuoi una cosa, vai e inseguila”  dice il padre al figlio in una scena del film. “Non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa!”. L’ultimo capitolo del film viene intitolato “Felicità”: il padre  ottiene quanto ha perseguito con tutte le sue forze, viene premiato per i suoi sforzi ed è assunto. Per quanto sia positivo che il film esalti sentimenti come quello paterno e l’inesauribile desiderio di compimento dell’uomo, l’accento è posto in maniera esagerata sugli sforzi umani, sulla volontà, sull’eroismo del self – made man, sul raggiungimento dei propri obiettivi, sul  “volere è potere”.

Manca senz’altro qualcosa. Altrimenti la questione della felicità riguarderebbe pochi ed escluderebbe i più. Pensate, infatti, al protagonista del film: ce l’ha fatta, con una forte volontà e giocando le sue armi, il fascino, la simpatia, una certa affabilità e scioltezza nei modi, potremmo dire un certo savoir faire. Armi non da poco! In ogni caso, poi- e questa è la questione essenziale- qualsiasi abilità umana rivela la propria insufficienza a rendere felice l’uomo. Nessuno si può dare la felicità da sé.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in fondo al nostro animo e provare a chiederci: “Che cosa può bastare al nostro animo?”. Chiediamocelo ogni giorno e guardiamo all’altro come una persona che chiede e domanda felicità, anche quando non ne è pienamente cosciente. Anche quei giovani che spesso si sballano sono questa domanda insopprimibile.

Si può sostenere la speranza di felicità propria ed altrui solo quando nella vita si è incontrato qualcosa che è in grado di ridestare la domanda perché si è palesato come risposta. Per questo è un segno allarmante dei nostri tempi il fatto che gli adulti abbiano spesso paura delle domande di pienezza e dei sogni dei giovani. Per questo è, però, motivo di grande speranza l’incontro con uomini che siano lieti. Abbiamo bisogno di uomini assetati di felicità. Abbiamo bisogno di incontrare uomini felici.