Il nuovo saggio di Gianfranco Lauretano è dedicato a Clemente Rebora, nato e cresciuto laicista, cattolico per conversione, infine prete: figura insolita nella poesia del Novecento, anche per lo stile, non dimentico del primato della realtà.

Dopo il saggio La traccia di Cesare Pavese, l’insegnante, saggista e poeta Gianfranco Lauretano (1962) ritorna su un altro grande del Novecento, quel Clemente Rebora (1885-1957) che è «tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo» per il «vocabolario […] pungente, il […] registro d’immagini e metafore arditissimo» (Gianfranco Contini).

Come scrive nella premessa, Lauretano parte dalla certezza che la poesia di Rebora abbia «molto da dire al nostro tempo» permettendo  di rivedere i canoni consolidati di un Novecento che sarebbe quasi esclusivamente eversivo nei confronti della tradizione. A differenza di quelli di Ungaretti e Montale, i suoi versi si innestano potentemente nella nostra tradizione.

Refrattario all’assunzione di un ruolo di poeta vate, Rebora respinge la posizione di quanti considerano «la poesia una sorta di entità superiore, capace di modificare la realtà», preesistente alla scrittura, quasi preesistente alla stessa verità. La verità viene prima della scrittura e la poesia cerca di rifarsi ad essa. C’è una particolare sintonia tra la visione di Rebora e quella di Manzoni. La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l’arte potrà e dovrà sempre prendere spunto dallo stupore per la realtà. La filosofia, la scienza, l’arte hanno la stessa scaturigine. Manzoni nell’opera De inventione sostiene che l’artista non inventa mai nulla. «Inventare», infatti, deriva da «invenire» che vuol dire «trovare», «scoprire». Quindi l’artista è come se trovasse nel creato le norme e le impronte del creatore. Che significa? La bellezza che c’è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica.

Non è l’unico elemento di comunanza tra Rebora e Manzoni. Rebora nasce, infatti, nella stessa città del famoso romanziere, esattamente cent’anni dopo, nel 1885.  Proviene da una famiglia borghese milanese improntata ad una spiritualità di tipo mazziniano. La fiducia illuministica di cui è imbevuto inizia ad incrinarsi nel 1909. Dopo il 1910 si dedica all’insegnamento e alla scrittura di cui è frutto la sua prima raccolta poetica Frammenti lirici. Vi emergono l’insoddisfazione per l’omologazione, un desiderio di grandi ideali, una sorta di pessimismo storico leopardiano, l’incapacità dell’uomo di decifrare la realtà. Vi si avverte «la crisi di Dio dinanzi a una storia che lo emargina in uno spazio remoto e indifferente» (G. Mussini) cosicché all’uomo non resta che prodigare la sua bontà.  La prima raccolta ha un carattere spiccatamente morale rimarcato dalle frequenti allusioni ad autori robusti quali Parini, Pascoli, Leopardi e, su tutti, Dante.