Il suo amato Orfeo dapprima cerca di consolarsi con il canto. Poi decide di scendere nel mondo sotterraneo entrando «nelle fauci del Tenaro, porte profonde di Dite, e nel bosco nebbioso di oscura paura, e affronta i Mani e il re tremendo e i cuori incapaci di impietosirsi alle preghiere umane». Vuole commuovere gli dei Plutone e Proserpina per ricondurre così Euridice sulla Terra. Incapaci di impietosirsi e di provare misericordia, mossi, tuttavia, dalla bellezza del canto di Orfeo, gli dei cedono, infine, alle sue richieste.
Nella narrazione non compare neppure una geografia elementare dell’Ade. Sono citati pochi nomi antichi e mitici dell’Èrebo, il canneto del Cocito e la palude stigia, abitati dalle Eumenidi e da Cerbero con tre teste. Viene nominata soltanto la pena del condannato Issione, che gira ininterrottamente legato a una ruota, che si ferma per l’occasione, di fronte al canto.

 

 

  Impossibile cercare di ricostruire questo primo Ade virgiliano, che cronologicamente precede quello che verrà descritto nell’Eneide. Le anime dei morti, «leggere […], immagini opache», si fanno incontro a Orfeo. Sono «le madri, ma anche i loro mariti e i corpi senza più vita di magnanimi eroi, i fanciulli e le fanciulle mai maritate e posti sui roghi i giovani sotto lo sguardo dei genitori».
Virgilio riprodurrà pedissequamente questi versi nella successiva catabasi di Enea. Qui, però, nelle Georgiche si respira l’aria dell’Oltremondo omerico in cui non vengono comminate pene o elargiti premi, ma le anime sono impalpabili, ombre di ciò che furono nella vita terrena.

Grazie alle sue abilità canore Orfeo ha ottenuto dalle divinità dell’Ade di riportare l’amata in vita, a condizione che lui non si volti fin quando non avrà superato la soglia che separa il mondo ctonio da quello superiore. Virgilio racconta: «Ed ormai Orfeo, andandosene, ha scampato tutti i pericoli e, dopo la sua restituzione, Euridice viene verso il mondo superiore, seguendolo alle spalle (infatti Proserpina aveva dato questo ordine), quando un’improvvisa follia prende l’incauto amante, davvero perdonabile, se i Numi sapessero perdonare: si ferma e, vinto ohimè nell’animo, osserva la sua Euridice ormai quasi sotto la luce, immemore; allora tutta la fatica diviene vana, si rompono i patti del crudele tiranno e per tre volte viene udito un fragore dallo stagno dell’Averno».

Prima di svanire nel nulla «come fumo disperso nei soffi dell’aria», Euridice si rivolge ad Orfeo: «Quale, quale così grande follia amorosa ha portato alla rovina me e te, Orfeo? Ecco, per la seconda volta i fati crudeli mi chiamano indietro e il sonno chiude i miei occhi spenti. Ormai addio: vengo portata via, circondata dalla notte grande, tendendo a te le palme prive di forza, ohimè non più tua».
Narrano che Orfeo per sette mesi abbia pianto «sotto un’alta rupe presso l’onda dello Strimone deserto, e abbia meditato la propria sorte sotto le gelide stelle, placando le tigri e movendo le querce col canto. […] Nessuna passione amorosa, nessun matrimonio piega il suo animo. Solo, percorre i ghiacci iperborei, il Tanai ricoperto di neve e i campi mai privi dei ghiacci rifei, cercando Euridice rapita e gli inutili doni di Dite».

Tragica è la fine di Orfeo. Le baccanti, infatti, ricevuto il rifiuto di Orfeo, lo fanno a pezzi, ne spargono per i campi le parti dilaniate del corpo. La misera testa di Orfeo, finché ne è capace, grida il nome di Euridice, rotolando per il fiume Ebro in Tracia. Una volta conosciute le ragioni della moria delle sue api, Aristeo offrirà in sacrificio dei buoi alle ninfe Driadi, compagne di Euridice. Dalle loro viscere nasceranno giganteschi sciami di api. (pubblicato su La bussola quotidiana del 5-5-2013)