L’isola natia è, quindi, un luogo sacro, religioso, strettamente correlato all’infanzia e alla madre greca Diamantina Spatis, figura centrale per la sua vita, ancor più dopo la morte del padre, colei a cui sempre Foscolo si rivolse nella nostalgia della fede perduta. Quell’isola è, a un tempo, però la classicità, un mondo ideale in cui il poeta si rifugia e che avrebbe scelto come epoca in cui nascere, in contrasto con una contemporaneità angusta, scevra di ideali e popolata da uomini meschini e gretti. 

In maniera circolare il sonetto si chiuderà con la profezia del non ritorno a casa neppure in punto di morte. La terra materna riceverà dal figlio soltanto «il canto», poiché «il fato» ha voluto per lui un’«illacrimata sepoltura». Ancor giovane, Foscolo era presago che il suo eterno esilio non sarebbe cessato se non una volta morto lontano dalla patria. E così accadde realmente. Il corpo del grande poeta, morto nel 1827 a soli quarantanove anni, rimase in Inghilterra fino al 1871, quando per il decennale dell’unificazione italiana le spoglie vennero trasportate a Firenze e deposte in Santa Croce, ove riposano i grandi italiani.

L’esilio accomuna Foscolo al mitico eroe greco Ulisse, il personaggio greco che ha più prolungato la sua fama nei secoli successivi fino ad oggi, fino alle rivisitazioni di Joyce e Pascoli o alle sceneggiature cinematografiche. La sua fama così duratura nella Modernità è forse legata al fatto che Ulisse incarna atteggiamenti per così dire già moderni, improntati a furbizia, individualismo, intelligenza, pragmaticità. È l’emblema stesso dell’ingegno, ma nel contempo della capacità di sopportazione, della forza militare, della curiosità, della diffidenza, della pazienza. È la figura «più ricca di umanità che la poesia greca abbia creato, nella sua ricchezza singolarissima di prudenza e di coraggio, di curiosità e di intelligenza, di generosità impetuosa e di calcolata freddezza, di lucidità e di cautela, di prontezza sicura e di ostinazione, di fiducia e di dubbio, di caldissima e mobilissima astuzia» (Bosco-Reggio). Anche Ulisse rimase lontano dalla patria, la «petrosa Itaca», per vent’anni, occupato per dieci anni a combattere contro la roccaforte di Troia e per altrettanti costretto a vagare per il Mar Mediterraneo, sballottato dal mare per l’ira di Poseidone. Finalmente, però, a differenza di Foscolo, l’eroe greco, «bello di fama e di sventura», bacerà la sua terra. Il poeta vede, così, in Ulisse un precursore dell’eroe romantico, famoso, ma sventurato.

Nei versi il poeta fa riferimento a un altro grande personaggio greco dell’antichità, Omero, il poeta vate innominabile, cui si rivolge con la perifrasi «colui che l’acque/ Cantò fatali». Foscolo considera Omero, Dante e Shakespeare come i maggiori poeti di tutti i tempi, coloro che hanno cantato la storia, la politica, la religione di tre differenti epoche, rispettivamente l’antichità, il Medioevo e la Modernità. Foscolo vuole porsi idealmente sulla scia di questi diventando il poeta vate della contemporaneità. Potremmo anche dire che con il carme I sepolcri, composto qualche anno più tardi, il poeta riuscirà ad interpretare lo spirito di un’epoca a confronto con il retaggio valoriale consegnatoci dal passato. I richiami alla classicità non sono certo finiti qui perché Foscolo ricorda anche la nascita di Venere, la dea dell’amore, dalle acque del greco mare: la divinità con il suo sorriso rese feconde le isole dello Ionio. 

Siamo immersi sin dal primo verso in una dimensione acquorea attraverso l’uso di vocaboli appartenenti allo stesso campo semantico: «sponde», «onde», «mar», «isole», «acque». La lettura dei primi undici versi (le due quartine e la prima terzina), che costituiscono un unico periodo e che sono costruiti con un sapiente ritmo, trasmettono l’impressione di un gorgo che risucchia il lettore, ovunque si trovi, con il suo movimento per così dire elicoidale e lo trasporta sull’isola di Zacinto.

Leggiamo, infine, l’esito finale del sonetto foscoliano: «Né più mai toccherò le sacre sponde/ Ove il mio corpo fanciulletto giacque,/ Zacinto mia, che te specchi nell’onde/ Del greco mar, da cui vergine nacque/ Venere, e fea quelle isole feconde/ Col suo primo sorriso, onde non tacque/ Le tue limpide nubi e le tue fronde/ L’inclito verso di colui che l’acque/ Cantò fatali, ed il diverso esiglio/ Per cui bello di fama e di sventura/ Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse./ Tu non altro che il canto avrai del figlio,/ O materna mia terra; a noi prescrisse/ Il fato illacrimata sepoltura». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 29-3-2015)