Ben differente è la stima che Foscolo manifesta per Firenze, fortunata davvero non solo per «le felici aure pregne di vita» o per le acque che dall’Appennino discendono nell’Arno che bagna Firenze o ancora perché per prima udì la Commedia dantesca (informazione quasi certamente erronea, come abbiamo avuto modo di sottolineare la scorsa puntata) o perché diede i natali ai genitori del Petrarca e la lingua fiorentina a quel sommo poeta che sarebbe stato incoronato a Napoli nel 1341. La vera grandezza di Firenze risiede nella presenza di una delle chiese più importanti di Italia, quella Santa Croce in cui risiedono i grandi, segno della memoria dell’Italia, ove verrà in seguito traslato il corpo di Foscolo (morto in Inghilterra nel 1827) per il decennale dell’unità d’Italia nel 1871. La memoria è la sorgente dell’identità di una persona e di un popolo, l’unico elemento che, a detta di Foscolo, non possa essere strappata all’Italia. 

In effetti, ogni persona e ciascun popolo sono responsabili della perdita della memoria. La memoria ha a che fare con una storia e con l’umana aspirazione all’eternità. Si ha memoria se si ha una storia da raccontare e la storia dell’Italia è unica. Scriverà Dostoevskij qualche decennio dopo la morte di Foscolo nel 1877: «L’Italia porta con sé da duemila anni un’idea di grandezza, reale, organica: l’idea di un’idea generale dei popoli del mondo, che fu di Roma e poi dei papi. Il popolo italiano si sente depositario di un’idea universale e chi non lo sa non lo intuisce. L’arte e la scienza italiana sono piene di quella idea grande». E ancora nel 1895 Solov’ev scrive: «Fra tutti i popoli europei il primo che raggiunse un’autocoscienza nazionale fu l’Italia. I creatori dell’autentica grandezza dell’Italia erano senza dubbio veri patrioti e conferivano un valore altissimo alla propria patria […]. Essi non ritenevano conforme a verità e bellezza affermare sé stessi e la propria nazionalità, ma si affermavano direttamente nel vero e nel bello. […] Le opere d’arte italiane glorificavano l’Italia perché sono pregevoli in sé stesse, pregevoli per tutti».

La peculiarità dell’Italia risiede nella sua universalità. Del resto già Dante nel VI canto del Purgatorio ricordava come la nostra sia la patria dell’Impero e del Papato. L’Italia, «il bel paese dove il sì suona», il bel giardino d’Europa, esiste già all’epoca di Dante (1265-1321), ma ancor prima quando nel 1224 san Francesco d’Assisi scriveva quel «Cantico delle creature» che avrebbe poi rappresentato l’inizio della letteratura italiana. Erede dello spirito della classicità greco-romana, il popolo italiano è diventato sempre più creativo nell’arte, nella letteratura, nelle opere sociali e caritative all’interno di quella grande eredità cristiana a cui si è ispirato durante i secoli. La grandezza dei pittori Cimabue e Giotto, delle tre corone fiorentine Dante, Petrarca, Boccaccio, di Machiavelli, di Guicciardini, di Ariosto e di Tasso, dei pittori Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Leonardo fino ad arrivare a quel Tiepolo che decorerà la residenza imperiale di Wurzburg nel Settecento o agli architetti italiani che contribuiranno in maniera considerevole alla realizzazione di san Pietroburgo narra di uno splendore che ha impressionato e influenzato tutto il mondo per secoli, dal Duecento fino al Settecento. Italia è sempre stata sinonimo di letteratura, di cultura, di arte, di gastronomia, di musica sinfonica e operistica.

Napoleone può aver rubato i capolavori d’arte italiana nel 1796. Ma, come scrive Foscolo ne I sepolcri, gli stranieri ci possono depredare di tutto, ma non della «memoria». Scrive Foscolo rivolgendosi a Firenze: «più beata che in un tempio accolte/ serbi l’itale glorie, uniche forse/ da che le mal vietate Alpi e l’alterna/ onnipotenza delle umane sorti/ armi e sostanze t’invadeano ed are/ e patria e, tranne la memoria, tutto». Ciò che contraddistingue l’anima di un popolo è la sua tradizione, la sua cultura. Noi italiani siamo i depositari di questa memoria e ne siamo orgogliosi. Solo in questa memoria possono risiedere la creatività e la giovinezza di un popolo come ricorda Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere: «Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia».

Una volta ancora, ne I sepolcri, Foscolo si pone come poeta vate, custode di una civiltà e di una memoria che va tutelata. Lo scrittore mette in guardia gli Italiani e ci impartisce un severo monito: solo noi Italiani possiamo essere custodi della nostra storia millenaria, della nostra arte, di un patrimonio di bellezza che non ha paragone in nessun altro paese al mondo. Sempre solo noi possiamo davvero essere causa del dissipamento del nostro patrimonio, della tradizione e, nel contempo, del genio che ha contraddistinto l’Italia da secoli. (La nuova bussola quotidiana del 3-5-2015)