Stranieri! Se così fosse quale sarebbe la nostra terra? Che facciamo noi qua? Da sempre, voglio dire, l’esperienza comune all’intera umanità, verificabile a tutti i livelli (anche nell’aspetto scientifico tecnologico, non che culturale e artistico), è vissuta nell’unico orizzonte di una profonda ed indubbia nostalgia. Sostenere ciò fa emergere una mancanza: l’essere umano è profondamente mancante, soprattutto di sé!

Ma cosa manca? Di certo ogni possibile risposta diviene definitiva, cioè strutturale; noi ci adeguiamo, ci identifichiamo con essa, anzi diventiamo immagine, rappresentazione, della nostra opzione fondamentale: noi siamo ciò che nel profondo si fa nostro credo.

C’è un’esperienza sentimentale che accomuna ogni artista all’esperienza della maternità, quella di mettere alla luce una creatura comunque profondamente amata. Non è tutto, essa comunque sia, biologicamente porta con sé caratteristiche somatiche e biologiche del suo creatore, cioè del suo credo. Questo avviene nella carne per una madre che dà alla luce un figlio, nei colori per un pittore, nei personaggi-simbolo e nelle azioni drammatiche per un romanziere. Ogni cosa porta i cromosomi del proprio creatore. Dall’inizio dei tempi, tale fenomeno si ripercuote e si ricrea su ogni evento umano, sull’esempio del Primo Creatore (come scritto nella “Genesi”).

Ecco l’uomo! Ecco la sua natura ontologica, la sua impensabile potenza: la creatura si fa creatrice, partecipando così alla stessa potenza e creazione divina. Dio infonde nell’uomo parte della sua stessa natura come in Cristo “vero Dio è vero uomo”. Dio chiama l’uomo a lavorare con sé, a continuare la creazione, ad essere artista. San Paolo dice: “Noi siamo operai con Dio”. Ma questa sostanza, destino e comunione nella creazione è offuscata dal peccato dell’origine. La potenza donata all’uomo, la sua libertà, si fa solitudine nella dissociazione tra sé ed il Padre. L’oggettività, il centro fisso delle cose e dell’universo, è persa.

La storia dell’uomo è segnata dalla decadenza, dal relativismo e dalla dimenticanza, fino ad un’ulteriore accentuazione della sofferenza primaria, quella dello straniamento, per divenire sofferenza della dimenticanza, per divenire nostalgia del “Dio sconosciuto”. L’uomo ha dimenticato Dio e continuamente lo dimentica, perdendo così i tratti della propria essenza. Dio è Creatore, Poeta dell’universo, e l’uomo gli somiglia in quanto anche lui è creatore e poeta a suo modo. S. Clemente di Alessandria, più ancora, arriva quasi all’identificazione nella somiglianza: «L’uomo è simile a Dio perché Dio è simile all’uomo».

La conseguenza che tira Pavel Evdokimov, a partire dagli scritti dei Padri della Chiesa, è che Dio aveva un modello ispiratore della Bellezza universale ed umana: «Dio scolpiva l’essere umano mirando nella sua Sapienza l’umanità celeste di Cristo». Dio Padre costruisce l’identità umana a partire dal Figlio, per opera dello Spirito Santo «… Poi alitò su di lui».

Qual è allora il lavoro dell’uomo nella, e sulla, storia? Fare memoria di se stesso a se stesso e all’umanità intera; fare memoria all’uomo dell’uomo. Storicamente, nella Scienza e Saggezza Divina, Dio sempre ha cercato l’uomo e ha tentato pedagogicamente e pazientemente di recuperarlo a sé, finché la Provvidenza creatrice del Padre, come dice ancora Evdokimov, “inventa” l’incarnazione di Dio stesso perché «la creazione  dell’uomo, immagine di Dio, aveva per scopo l’incarnazione, primo ed ultimo grado di comunione fra Dio e l’uomo».

Ed ecco così che il mistero di Cristo si fa rivelazione umana «… Se vi è la nascita di Dio nell’uomo (Natività), vi è anche la nascita dell’uomo in Dio (Ascensione)». È la ragione data da Cristo a Nicodemo nel loro incontro notturno; è la fede senza la quale non si può rinascere. L’uomo e la sua storia entrano nel più profondo dinamismo esistenziale, quello che l’incoscienza umana scopre come desiderio nostalgico e quello che la coscienza cristiana trova come Grazia. «L’uomo è il volto umano di Dio», perciò «Dio dona all’uomo la sua immagine», il volto di Cristo. La propria memoria è il lavoro vissuto, non solo ad un livello imitativo ma di comunione: «È mai possibile una seconda creazione, che l’uomo nasca due volte?» è la domanda di Nicodemo al Cristo; quella della speranza cristiana.

Con Cristo si nasce una seconda volta nel suo stesso destino: «Divenire stirpe di Dio», come era in principio. La vita si fa dramma in cui i due protagonisti affrontano la vicenda di ritrovarsi. Non è solo la nostalgia umana di Dio ma anche quella di Dio dell’uomo: Dio ha nostalgia di Noi. È la Teodrammatica. Ecco perché Dostoevskji afferma che la Bellezza è salvatrice. Egli percepisce lo spessore ontologico della Bellezza, che non è una maschera, una forma esteriore, ma la sete dell’uomo e del suo essere. 

Egli intuisce ciò che la stessa tradizione dei Padri della Chiesa aveva elevato a credo, e anche lui ripete la loro stessa fede, cioè che il Cristo è la manifestazione di Dio e la Rivelazione dell’uomo al di sopra di ogni altezza: «Credere che non esista nulla di più bello, di più ragionevole, di più profondo, di più amabile, di più coraggioso, di più perfetto del Cristo: non solo non c’è ma non potrà mai esserci». 

Sono le parole di un uomo che è passato attraverso la sofferenza, attraverso la passione, ed infine attraverso il dubbio. Leggiamo nei suoi diari: «In tutto l’Occidente non c’è mai stata una forza d’espressione atea come quella da me descritta. Non dunque alla stregua di un bimbo io credo nel Cristo e lo professo ma il mio Osanna è passato attraverso il grande crogiuolo del dubbio». Così la storia dell’umanità, il suo senso, s’ intrecciano tra l’uomo e Dio, in un lavoro comune che ha lo spazio profondo della Beltà. Leggiamo ancora ne “I Fratelli Karamazov”: «Senza Bellezza l’umanità non potrebbe vivere perché non ci sarebbe nulla da fare al mondo … Tutta la storia è qui … la Bellezza è un mistero. È qui che Satana lotta con Dio e il loro campo di battaglia è il cuore dell’uomo».

I personaggi e le vicende narrate da Dostoevskij divengono il paradigma di questa teodrammatica, di questa nostalgia reciproca tra Dio e l’uomo e dell’arte della ricomposizione della vera natura dell’uomo.  In Dostoevskji tutto è Bianco o Nero, Bene o Male, è di Dio o di Satana. (La Nuova Bussola quotidiana del 18-3-2016)