Nel romanzo “I Fratelli Karamazov”, Dostoevskji raggiunge una potenza narrativa e drammatica titanica là dove fa incontrare Ivan ed Alësa  in una bettola, e i due cominciano a discorrere. Cito a memoria da “Delitto e castigo”: “I giovani qui da noi, quando si ritrovano in un’osteria, parlano dei massimi sistemi, di Dio e di ogni senso”. Questo incontro tra i due fratelli è un passo di letteratura “scritto con il sangue” del dubbio, da cui lo stesso Dostoevskij è passato, e raggiunge un’apice riconosciuto a pochi romanzieri di tutti i tempi. 

Ivan e Alësa discutono di Dio e di ciò che per Ivan è “lo scandalo del male”. È in questo momento che i due protagonisti iniziano a conoscersi, a divenire prossimi e finalmente fratelli. Dice Ivan: “Sono convinto come un bambino che le sofferenze si rimargineranno e si cancelleranno … che tutto l’abominio umano scomparirà … nel momento dell’armonia universale … che tutto si redimerà, tutte le infamie umane, tutto il sangue versato, basterà a far sì che diventi possibile non solo perdonare ma giustificare tutto ciò che è accaduto fra gli uomini. Sì, tutti gli uomini sono colpevoli, gli è stato offerto il paradiso e loro hanno voluto la libertà, hanno rapito il fuoco dal cielo pur sapendo che sarebbero stati infelici, bisogna compatirli”. Ma poi, quasi inaspettatamente, cambia registro: “Ma i bambini che colpa ne hanno? … È inconcepibile che questi piccini debbano soffrire, e perché occorre comprare l’armonia al prezzo della loro sofferenza? …  Perché devono servire da concime per qualche futura armonia?”.

E incalza ancora: “Com’è possibile che l’abominio, o semplicemente il capriccio, la sete di potere e non ultima l’idea, possa tradursi in atti di violenza sui bambini gratuitamente? … Dove sta Dio? Perché lo permette?” La sofferenza dell’adulto Ivan riesce ad ammetterla come conseguenza del male da loro commesso: “Essi hanno mangiato del frutto proibito, conosciuto il bene e il male, ma i bambini, i bambini no e dunque di cosa sono colpevoli per soffrire a volte terribilmente qui sulla terra? Sono forse castigati per la colpa dei loro padri?”. Ivan questo non lo può accettare, è inconcepibile per lui che un innocente paghi il male altrui. In questo momento egli sembra parlare non al suo interlocutore, Alësa, ma a se stesso. Alësa è lì, in ascolto, ma per Ivan è qualcosa di assente. 

Ma qual è l’intento di Ivan, qual è la forza che lo trascina? Processare Dio e il suo regno armonioso che fa pagare “ai figli dei figli, per sette generazioni, la colpa dei padri”. Ivan è l’uomo-dio che si erge a giudice di Dio stesso. “La solidarietà tra gli uomini nel peccato, io la comprendo, come comprendo la solidarietà nell’espiazione, ma la solidarietà nel peccato non riguarda i bambini. E che anch’essi sono solidali con tutti i delitti commessi dai padri, io, una tale verità, non la comprendo e non l’accetto … Ecco perché io non posso credere nel tuo Dio. Io non credo in lui, né nell’immortalità dell’anima”.

Per Ivan nulla vale la sofferenza dei bambini, neanche se essa dovesse servire per acquistare la più grande verità. “Io affermo fin d’ora che tutta la verità non vale un tale prezzo e a Dio restituisco con tutto rispetto il biglietto”. Secondo Ivan, Dio tace e questo è scandaloso. Dio tace alla miseria, all’urlo di bisogno, alla preghiera che sale dal cuore dell’uomo. Per Ivan non ha senso questo silenzio di Dio. Sembra dire: “Mi hai detto di bussare alla tua porta ed io ho bussato; mi hai detto che ero come la pupilla del tuo occhio che avresti protetto ed io son diventato cieco; mi hai detto quanto ero prezioso per te e mi hai perso. Forse ci sei ma dunque perché io prego e tu taci?”.
Anche Ivan è sulla croce con Cristo e forse non lo sa. La voce del Dio fatto uomo è la sua stessa voce (“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”) ma mentre Ivan si ribella, Cristo si fida di Dio Padre. (La Nuova Bussola quotidiana del 28-2-2016)