Nei suoi romanzi, nei suoi personaggi, e non solo in alcuni, si vede l’incarnazione di questo male, se ne percepisce  la presenza sempre minacciosa. È la presenza dell’oltre che ci è vicino ed è mistero. Qui l’anima può ritrovarsi, cambiare, risorgere perché è posta dinnanzi al suo vero io: la percezione di Dio che ti sta d’innanzi e che si mostra come Meraviglia, Stupore, Bellezza.

Lo percepiamo nell’uomo del sottosuolo e in tutta la sua necessità di colmare il disagio d’esistere, d’essere, con cui cerca di non piegarsi alla fatalità delle relazioni umane. Lo percepiamo ancora in Raskolnikov mentre brucia di febbre. Lo percepiamo soprattutto nella visione allucinata di Ivan Karamazov, nella quale vi è l’incontro con il Diavolo. In questi stati alterati dell’essere la percezione sembra amplificarsi e raccogliere nuove dimensioni e verità della realtà. È qui che l’uomo fa esperienza dell’altro da sé in sé, secondo l’espressione di E. Zola. 

Chi è questo sé? Cos’è questa icona dove uno si rispecchia e si ritrova?
È quell’immagine di noi che le pieghe dell’età, dei rammarichi, delle delusioni, delle speranze mai realizzate, ed infine, le nostre colpe e il nostro peccato, hanno offuscato facendoci smarrire. 

Dostoevskji arriva fino a lì, fin dove la mancanza si fa sofferenza, passione e anche patologia. Dostoevskji guarda l’uomo nella profondità del suo dolore e lì contempla il mistero. Per Dostoevskji questo è il punto in cui Dio si fa compagno dell’uomo. È lì, ancora, il luogo in cui si svolge la terribile battaglia tra Satana e Dio: il cuore profondo dell’uomo. È quel luogo in cui la menzogna si svela come tale e non ha modo di nascondersi. È il luogo in cui si sa, il luogo della conoscenza prima e ultima del sé.
In questa profondità, in cui l’immagine reale dell’umanità si mostra, la libertà è chiamata a reagire, a rispondere attraverso atti e vicende della vita. 

È così che Dostoevskji non fa mai della psicologia per spiegare la natura dei suoi singoli personaggi. Li fa muovere , li conforma a ciò che hanno scelto come vero per loro; sono dei topos dell’idea che incarnano. Così, il lussurioso padre dei Karamazov ci appare come un animale con la bava alla bocca e, per contro, Alësa come un piccolo santo; Raskolnikov disordinato come la sua anima; Sonja Marmeladova come una vergine votata al tempio. Ognuno è ciò che fa o meglio ciò che ama e dà ciò da cui è amato. 

L’ultima opera, “I Fratelli Karamazov”, è il romanzo dell’amore. Ogni personaggio è posseduto e incatenato da ciò che ama. Chi l’orgoglio della propria idea di giustizia (Dimitri), chi della propria idea del  mondo (Ivan), chi ancora della propria libidine (il padre dei Karamazov) e così via.  Solo Alesa e Gruscenka sembrano sfuggire a questa natura di possessione cieca rivolta verso l’Io e verso le sue viscerali passioni. Essi riescono a sfuggire perché il loro orizzonte non è quello dell’Io ma è quello della salvezza altrui. Entrambi ameranno profondamente Dimitri al punto di spendersi per la sua libertà e poi ancora per la salute mentale di Ivan. Un amore capace di sacrificio perché è un amore sacro, cioè abitato da Dio. (La Nuova Bussola quotidiana del 20-2-2016)