I romanzi Tre croci e Con gli occhi chiusi rappresentano il polo epico e quello lirico della sua scrittura, l’uno tutto spalancato agli altri, alla loro vita e al loro dramma, il secondo più legato al dato autobiografico dell’autore. Comunque, «nei romanzi di Tozzi, anche in quelli del Tozzi che ambisce ad essere un romanziere sociale, il personaggio autobiografico non manca mai» (Carlo Cassola).

 

Senza dubbio, il peso della figura paterna dello scrittore si sente non solo nella sua vita, ma anche nelle opere. Con gli occhi chiusi ne è la chiara testimonianza. Il protagonista Pietro Rosi si innamora in gioventù della bella Ghisola, contadina nel podere del padre che a causa di questo amore la allontana. Dopo molti anni Pietro la ritrova, ormai adulto, e vorrebbe sposarla, credendo alla sua purezza e al suo amore. La donna, invece, ha condotto fin lì una vita licenziosa, segnata da un’imminente gravidanza. Pietro capisce solo allora la menzogna della donna e apre gli occhi. «In una prospettiva religiosa (e non psicoanalitica […]) devono essere ricondotti tutti i grandi temi del romanzo: l’incomunicabilità degli individui, che rende infernale la condizione umana, […] il mistero di ogni atto» (Franco Petroni, Le parole di traverso). Lo stesso titolo Con gli occhi chiusi deriverebbe da un passo del De imitazione Christi: «Beati gli occhi che sono chiusi alle cose esteriori» (secondo F. Petroni) e che, quindi, si aprono alla visione delle cose più profonde. Quindi, avere gli occhi chiusi non sarebbe solo interpretabile come segno di inettitudine, come spesso è stato fatto dalla critica, ma anche come capacità di aprirsi ad una dimensione «altra» e conoscibile solo attraverso il cuore.   
Scritto in soli sedici giorni, Tre croci, invece, trae spunto da un fatto che non riguarda direttamente l’autore. «Ciò che dovette invogliare Tozzi a scrivere Tre croci è proprio l’estraneità alla materia, il fatto di poter disporre per la prima volta di un tema che non aveva a che fare con lui. Che avevano a che fare con lui i fratelli Torrini, vecchi librai di Siena, morti tragicamente e prematuramente dopo aver conosciuto la vergogna delle firme falsificate e della bancarotta?» (C. Cassola).

Tozzi fa dei tre fratelli i protagonisti tragici dell’opera, quasi degli eroi, o, forse, sarebbe meglio dire degli antieroi nella loro abulia, nell’incapacità a gestire gli affari fiorenti lasciati dal padre, nella comune malattia della gotta. I tre, Niccolò, Giulio ed Enrico, vivono insieme e con loro vivono pure tre donne, la moglie di Niccolò (Modesta) e due nipoti (Chiarina e Lola). La scoperta della falsificazione delle cambiali porta alla tragedia. Giulio, che ha concretamente operato la falsificazione, si suicida. Niccolò muore poco dopo. L’ultimo capitolo è memorabile. «Enrico, come della cambiale, seppe alla bettola che Niccolò era morto prima dell’alba. Era, ormai, stralinco; con le mani e le gambe gonfie; con la bocca livida; da cui non esciva più nessuna parola che non facesse sentire una cattiveria quasi repugnante. Stava seduto, con un bicchiere di vino davanti». Finisce solo, in un ospizio per poveri. La fine sembrerebbe richiamare le ultime pagine di Mastro Don Gesualdo, che muore solo, vittima e vinto dal suo stesso desiderio di soldi e di possesso, non capito e non accolto nella casa della figlia Isabella. Ma a differenza che nelle opere verghiane, qui opera la grazia, anche attraverso i volti degli uomini.

Campeggia nelle ultime scene la figura di Modesta, che cerca di parlare con Enrico, gli dona qualche lira e gli chiede: «Perché, almeno, non ti converti a Dio? Anche il povero Niccolò è morto senza potersi confessare; e Giulio s’è ucciso. Forse, stanno male tutti e due; ora. Bisogna pensare alle loro anime». Modesta continua a insistere con Enrico: «Vai a farti aiutare dai canonici del Duomo». La donna pensa, così, di far riavvicinare alla chiesa il cognato. Ma le sue iniziative sono inutili. Enrico frequenta i luoghi «più deserti e più sporchi di Siena», le uniche persone a cui tiene realmente sono le due nipoti e, pur temendo che loro lo possano vedere ridotto in quello stato, desidererebbe la loro visita domenicale. Un giorno, confessa: «Se io muoio presto, vi prego di dire alle mie due nipoti, che verranno a vedermi, che io m’ero messo a lavorare. […] Anch’io ho un briciolo di coscienza. E soltanto quelle bambine capiscono che è vero». Una notte, preso da un nuovo attacco di gotta, muore «senza né meno accorgersene». Le due nipoti dispongono «due mazzetti di fiori sul letto» e pregano «con le mani congiunte vicino ai mazzetti di fiori; e, in mezzo a loro, il morto» diventa «sempre più buono». Tre croci, tutte uguali, vengono comprate e poste «al Laterino». Quest’umanità peccatrice, che sembra sorda e refrattaria a qualsiasi conversione, quest’umanità «del sottosuolo», per usare un’espressione cara a Dostoevskij, cammina al fianco di uomini e donne che sono più coscienti della grazia salvifica. La nostra vita di peccato, di dolore e di sofferenza ha bisogno di una redenzione, di un abbraccio amorevole, della preghiera di chi crede.

Così il personaggio Ugo Carraresi del romanzo Gli egoisti riconosce la grazia di Dio ed esclama: «Io non credo che a Dio. Ho abolito tutto in me. Mi sento ricco perché mi sento povero. Tutto il resto per me non esiste più. Soltanto mi sento uomo perché credo in Dio».  C’è molto di autobiografico in queste parole che riecheggiano quanto Tozzi scrive in un articolo de La torre: «L’uomo che cerca Dio esalta la propria individualità; perché cercare Dio significa spingere l’anima fin dove le è concesso di arrivare […]; la nostra religione, così trascurata e sbassata da tutti i trattati di psicologia, è il motivo spontaneo della nostra anima». (pubblicato su La bussola quotidiana del 21-1-2012)