Gli amici di Giobbe rappresentano diversi aspetti della contemporaneità: Elifaz (scena IV) è la convinzione che l’anima appartenga allo spirito del mondo, alla Natura (si avvertono in lui le tendenze naturalistiche, panteistiche di impronta New age); la moglie (scena V) invitando il marito a mettere da parte malattia e sofferenza con una puntura incarna la tentazione dell’eutanasia; Bildad (scena VI) è la deriva nichilista odierna che non crede in un senso e una causa, ma solo nella casualità; Zophar (scena VII) sostiene che la sofferenza e il dolore siano il debito che noi dobbiamo sanare con Dio, ma Giobbe non vuole un Dio commercialista, bensì un Dio salvatore, che perdoni i peccati; la ragazza (scena VIII) simboleggia l’edonismo e l’erotismo che non possono far scordare il dolore di Giobbe e ridargli i due figli perduti; Elihu (scena 9) professa la fede finché non si ammala e vacilla.

 

Tutti questi personaggi si presentano a Giobbe, dicono la loro visione, danno il loro consiglio, ma non si fanno compagnia, non sono una presenza, l’unica cosa che Giobbe desidera e aspetta.

 

Satana stesso (scena 10) si presenta come il miglio amico di Giobbe: «Da tempo, mio caro Giobbe, da tanto tempo. Io sono in qualche modo il migliore dei tuoi amici. Ti ho fatto da scorta sin dalla più tenera infanzia. Se tu avessi un profilo su Faccia-di-becco – voglio dire Facebook, mi avresti già ritrovato ed io avrei moltiplicato i “mi piace” sulla tua bacheca».

Ma Giobbe (scena 11) parla ancora con gioia, desidera ancora una felicità piena, anela ancora a quel Tu grazie al quale percepisce la tristezza e l’assenza: «Qui e ora […] gioia ti attendo». Anche la tentazione di Satana (scena 12) è l’occasione per la santificazione di Giobbe e per il riconoscimento della presenza di Dio nella vita (la fede).

Come scrive Giovanni Testori: «Dopo la passione di Cristo e dopo la sua resurrezione, il dolore dell’uomo non è più un dolore cieco, un dolore muto, un dolore demente, folle e disperato; bensì un dolore che conduce l’uomo nel grembo stesso della sua speranza; è dunque un dolore che conduce l’uomo a raggiungere il senso primo ed ultimo della sua vita. È dunque un dolore santo, […] un dolore, ecco, felice».