Evidentemente l’uso degli schemi metrici canonici è il primo elemento che viene deprivato di una sua funzione poetica. Così, Ardengo Soffici può scrivere in «Arcobaleno»:

 

 

Inzuppa 7 pennelli nel tuo cuore di 36 anni  finiti ieri 7 aprile.

Oppure in «Atelier»:

 

«Sono al caffè difaccia»

«A. venuta alle 5 ripasserà»

«Salaud tu poses tout le temps des lapins! Germaine»

«Anita Caputo modella 57 rue de Vaugirard»

(Rue de Vaugirard! La metà delle mie migliori lacrime

Le ho versate inutilmente laggiù sur un divano profumato di Jicky e d’etere

«N. V. 104 blu di Prussia 3».

In Zang Tumb Tumb Marinetti associa liberamente le parole scrivendo:

costipazione delle strade gonfie di bufali

ruote copertoni intrico di corna .

 

Ancora in Zang Tumb Tumb leggiamo:

 

INDIFFERENZA

DI 2 ROTONDITÁ SOSPESE

SOLE + PALLONE.

 

Anche Tristan Tzara, uno dei corifei del dadaismo, persegue  la distruzione dell’arte e della letteratura tradizionali. Questa è la sua proposta per realizzare una poesia dadaista:

 

Prendete un giornale.

Prendete le forbici.

Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate

per la vostra poesia.

Ritagliate l’articolo.

Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono

L’articolo e mettetele in un sacco.

Agitate delicatamente.

Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine

In cui sono usciti dal sacco.

Copiate scrupolosamente.

La poesia vi somiglierà.

Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale

E di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo.

Pochi anni dopo l’esperienza futurista, si affermerà un altro movimento, quello ermetico, che segnerà in maniera evidente la poesia successiva del Novecento. L’ermetismo propugnerà negli anni Trenta a Firenze una scrittura incentrata sull’essenzialità della parola e sull’associazione analogica delle immagini. L’esito sarà, spesso, un’espressione criptica, non immediatamente comprensibile dal lettore. Si legga, ad esempio, «Osteria flegrea» del poeta Alfonso Gatto:

 

Come assidua di nulla al nulla assorta

la luce della polvere! La porta

al verde oscilla, l’improvvisa vampa

del soffio è breve. Fissa il gufo

l’invidia della vita,

l’immemore che beve

nella pergola azzurra del suo tufo

e dal sereno della morte invita.

 

La poesia che è nata per comunicare esperienze, emozioni, miti, storie ha tradito se stessa, si è rinnegata. Diventa un mondo a parte, slegato da quello reale. La frattura tra poeti e popolo diventa sempre più chiara e netta dopo l’esperienza ermetica. I segni indelebili si sono protratti fino ad oggi e le ferite sono ben lungi dal rimarginarsi. Il lettore di oggi non sa quali siano i poeti contemporanei, indubitabile segno che la poesia non è più in contatto con il pubblico e con il mondo dei mezzi di comunicazione.

La poesia ha smesso di raccontare, di affabulare, di sedurre con la forza dei miti, delle storie e degli eroi. Quando seduce, lo fa al più con la forza della parola. É il magistero di Gabriele D’Annunzio che affascina con il gioco sottile dei sensi. La poesia si allontana dalla realtà e non ha più un referente concreto, nel mondo reale, ma astratto, nell’universo del pensiero del lettore o delle sue aspettative edonistico–sensoriali.

Il Gruppo 63 promuoverà le acquisizioni delle esperienze futuriste ed ermetiche, in un certo qual modo mediandole e dichiarando che l’unica strada percorribile è quella dell’espressione volutamente oscura. Sentiamo Edoardo Sanguineti (1930) da «Purgatorio de l ’inferno»:

 

attraverso Hebecrevon, Lessay, Portabail, St. Sauveur (sotto la pioggia,

sempre); poi Edith disse che non ero gentile perché non scrivevo, come Pierre

per lei, quelques poèmes); (e che non dovevamo partire).

 

Oppure  da «Laborintus»:

 

ah il mio sonno; e ah? E involuzione? E ah? E oh? Devoluzione? (e uh?)

e volizione! E nel tuo aspetto e infinito e generantur!

Ex putrefactione; complesse terre; ex superfluitate.

 

Negli ultimi decenni del Novecento sembra che nessuno che osi scrivere versi all’antica, decifrabili, comunicativi, affabulatori possa davvero considerarsi poeta o, per lo meno, possa essere annoverato nel cenacolo dei poeti di èlite.

Allora che cosa si può fare perché la poesia rinasca e riprenda a svolgere quel ruolo indefettibile che la connota? Nell’ultimo secolo tanti poeti se lo sono chiesti. Il triestino Umberto Saba (1883-1957) nel 1911 afferma che l’unica possibilità è che il poeta riprenda a comporre poesia «onesta», che parli dell’uomo, del suo vissuto, delle sue esperienze, partendo da quello che l’uomo è realmente, lontano dai sogni ingannatori, velleitari  e superomistici dannunziani.

Il fiorentino Mario Luzi (1914-2005) con una produzione che percorrerà tutto il Novecento proporrà il ritorno alla poesia simbolica, alla parola come segno e al testo tipico della tradizione letteraria. Il presente dovrà rivivere nella tradizione.

É lo stesso lascito che ci consegnano altri due grandi del Novecento come Eugenio Montale (1896-1981) e Thomas Stern Eliot (1888-1965), che ritornano alla lezione dantesca, alla dimensione del racconto e alla rappresentazione della poesia per grandi immagini. L’oggetto rappresentato (incontri, fatti, personaggi, luoghi) sarà il cuore del discorso poetico (poetica del «correlativo oggettivo») e comunicherà lui stesso il messaggio e le riflessioni del poeta.

Nel panorama della poesia di questi ultimissimi anni alcuni autori (pochi per la verità) hanno optato per il ritorno all’epos e alla narrazione. (tratto dal terzo capitolo di “la bellezza salverà il mondo”)