È il padre di Enea, Anchise, a raccontare al figlio le vicissitudini di quelle anime che commettono colpe e non abbandonano i vizi, neppure quando sono in prossimità della morte. Sono costrette così a subire torture e a espiare le loro colpe fin quando non siano ammesse nell’Elisio, anche se poche possono accedere ai «campi sereni». Purificata ogni macchia di colpa, trascorsi tantissimi anni, le anime ormai dimentiche delle colpe, come tabula rasa, ritornano a «desiderare di ricoverarsi/ nei corpi e di rivedere la volta del firmamento». Non chiara e per molti aspetti confusa è  la dottrina qui presentata, che non riesce a rispondere a molte domande che sorgono nella mente del lettore. Dopo la lunga descrizione dei grandi eroi della storia romana, Anchise accompagnerà la Sibilla ed Enea alle due porte del Sogno: da una fuoriescono le «veritiere visioni», dall’altra, lavorata in avorio, quelle fasulle. È da questa porta che Enea esce ritornando a vedere i compagni. L’uscita dall’Ade non ha un corrispondente luogo concreto sulla Terra, come invece l’ingresso nei pressi del Lago Averno. Nell’epopea virgiliana la sede dei beati è sotterranea. Lungi dalla condizione di felicità di cui godono le anime dei santi nella tradizione cristiana, questi eroi possono senz’altro fruire di una condizione privilegiata rispetto ai dannati, ma il loro stato assomiglia di più a quello delle anime del Limbo dantesco piuttosto che a quello dei santi nel Paradiso. Del resto, Dante attingerà proprio dai Campi Elisi virgiliani l’atmosfera per costruire il primo cerchio dell’Inferno.