equivalenza_moraleQualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. Una tale impostazione negava anche l’evidenza stessa della realtà.

Siamo nell’epoca in cui ogni affermazione sull’esistenza della  verità viene tacciata di “fondamentalismo religioso” o di “conservatorismo culturale”, di “anacronistico atteggiamento” non al passo con i tempi. Ebbene, in quest’epoca in cui le persone cercano le risposte alle loro domande solo dagli esperti, che possano infondere serenità per le loro inquietudini, tutti si improvvisano esperti, tutti pensano di poter giudicare tutto e di poter dire la propria verità su tutto. Ciò che è importante è che nessuno osi  parlare di verità. Ognuno può esprimere la sua opinione. Tutte le opinioni sono importanti allo stesso modo secondo l’espressione che, spesso, ricorre nei discorsi “io sono del mio parere, tu del tuo”.

Bene, in questo modo, il dialogo non può avvenire. Paradossalmente, il presupposto che la verità non ci sia oppure che ci siano tante verità (che è come dire che la verità non esista) annienta all’origine ogni possibilità di reale comunicazione, di dialogo interculturale,  ogni tentativo di educazione, ogni possibile e reale crescita culturale.

Non ci può essere comunicazione, perché non si può pensare di arrivare a mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro. Manca, infatti, anche solo il presupposto iniziale che si faccia un tentativo per trovare un percorso insieme. L’aprioristica negazione dell’esistenza della verità nega ogni possibilità di cammino, di dialogo, di ricerca; mina alle radici ogni possibile sviluppo umano, crea le basi di uno scetticismo che, nel tempo, diventerà motivo di sconforto, di aridità, di poca volontà di costruire e di realizzare per il bene di sé e degli altri.